Il rumore che uccide: dentro il mistero degli spiaggiamenti di massa

Articolo di Alessandro Marigliano

Nel febbraio 2025, su una spiaggia remota nei pressi di Arthur River, nello Stato della Tasmania, in Australia, circa 157 pseudorche — la specie nota scientificamente come Pseudorca — si sono spiaggiate nel giro di poche ore.

Quando i soccorritori sono arrivati, oltre un centinaio di esemplari erano ancora vivi ma in grave sofferenza. Le operazioni di salvataggio sono state complesse, spesso drammatiche. Molti animali non sono sopravvissuti. Le immagini di quei corpi allineati sulla sabbia hanno fatto il giro del mondo.

Sapete perché succede questo?

L’inquinamento del mare non è solo quello legato alla plastica e ad altre sostanze nocive che si riversano nelle acque ogni giorno. Non è soltanto ciò che vediamo galleggiare o accumularsi sulle coste. C’è un inquinamento meno conosciuto, più ignorato, ma allo stesso tempo ugualmente insidioso e pericoloso: l’inquinamento acustico.

La struttura sociale di questi giganteschi mammiferi è davvero affascinante. Le pseudorche vivono in gruppi coesi, uniti da legami stabili e coordinati. Sono provviste di un sonar naturale chiamato ecolocalizzazione, un sistema biologico che funziona come un sofisticatissimo radar.

Il meccanismo è sorprendentemente semplice nella sua genialità: l’animale emette una serie di suoni ad alta frequenza, dei “clic”, che si propagano nell’acqua. Quando queste onde sonore incontrano un ostacolo — una preda, un altro cetaceo, il fondale — tornano indietro sotto forma di eco. Il cervello interpreta il tempo e l’intensità del ritorno, ricostruendo una mappa dettagliata dell’ambiente circostante. È così che si orientano, cacciano e comunicano anche nelle profondità più oscure.

La loro struttura sociale prevede spesso la presenza di un individuo guida, un capobranco che orienta gli spostamenti dell’intero gruppo. Gli altri lo seguono, fidandosi di quell’esperienza che garantisce sopravvivenza e coesione.

Ma cosa accade se il capobranco si disorienta?

Il traffico navale, le vibrazioni sismiche per la ricerca di gas e petrolio, i sonar militari generano onde sonore potentissime che attraversano il mare per chilometri. Questo rumore può interferire con le frequenze utilizzate dai cetacei, disturbando la loro capacità di orientamento. È come cercare di ascoltare un sussurro nel mezzo di un’esplosione.

Se l’individuo guida perde il corretto riferimento acustico, può dirigersi verso acque sempre più basse. E il gruppo, per istinto sociale, lo segue fino alla riva. Lo spiaggiamento diventa così l’epilogo di un disorientamento di massa.

C’è poi un dettaglio che rende la scena ancora più cruda. Dopo la morte, all’interno del corpo di un grande cetaceo iniziano processi di decomposizione anaerobica. In assenza di ossigeno, i batteri fermentano i tessuti producendo gas come metano, anidride carbonica e idrogeno solforato. Questi gas si accumulano nelle cavità interne, gonfiando il corpo e aumentando la pressione fino a trasformarlo in una vera e propria bomba biologica. Se la pressione supera la resistenza dei tessuti, la carcassa può esplodere improvvisamente, proiettando materiale organico tutt’intorno.

E non è solo la fine di un singolo gruppo a doverci inquietare. Secondo l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN), oltre 44.000 specie nel mondo sono oggi minacciate di

estinzione. Il World Wide Fund for Nature evidenzia che negli ultimi cinquant’anni le popolazioni di vertebrati selvatici si sono ridotte in media di oltre il 60%. Un declino che non ha precedenti nella storia recente della Terra.

Gli scienziati parlano apertamente di una sesta estinzione di massa. La prima non causata da catastrofi naturali, ma dalla mano dell’uomo. Deforestazione, cambiamento climatico, inquinamento, pesca intensiva, distruzione degli habitat, sfruttamento delle risorse: abbiamo compromesso la salvaguardia del nostro pianeta, alterando equilibri costruiti in milioni di anni.

Il mare si riscalda, si acidifica, si impoverisce di ossigeno. Si riempie di plastica, sostanze tossiche e rumore. Ogni intervento umano lascia un’impronta che si ripercuote su catene ecologiche complesse e delicate.

Anche nella morte, questi animali raccontano la potenza e la fragilità dell’equilibrio naturale.

E allora viene in mente un verso di Lucio Dalla, nella canzone Com’è profondo il mare: “Così stanno bruciando il mare

Così stanno uccidendo il mare

Così stanno umiliando il mare

Così stanno piegando il mare”

Aveva ragione. Com’è profondo il mare.

Ma noi siamo stati in grado di inquinarlo in ogni punto e in ogni modo. E forse non si tratta solo di capire perché si spiaggiano le pseudorche. Forse dovremmo chiederci quanto ancora potrà resistere il nostro pianeta prima di cedere sotto il peso delle nostre azioni.

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