Il sociologo professor Francesco Pira: “Custodire la verità, la memoria, l’altro: questo è il senso del mio lavoro”

Articolo di Merelinda Staita

Quattro riconoscimenti in pochi mesi per il docente UniMe: Palermo, Montallegro, Roccella Jonica, Licata, un percorso che unisce ricerca accademica, l’attività di divulgatore e opinionista e responsabilità civile

I riconoscimenti veri sono quelli che il tempo, giudice paziente, restituisce a chi ha perseguito i propri obiettivi con perseveranza. È questa la convinzione che mi accompagna quando osservo il lavoro di chi ha costruito il proprio percorso con questa tenacia.

Francesco Pira ha attraversato questa estate con la stessa misura che contraddistingue il suo impegno: quattro attestazioni in pochi mesi, tutte diverse, ciascuna legata a una dimensione specifica della sua attività.Il 26 giugno il Premio UCSI Sicilia a Palermo, riconoscimento del mondo del giornalismo. Il 12 agosto il Premio Girasole a Montallegro (AG), legato all’impegno civile e culturale in provincia. Il 23 agosto la nomina a Socio Onorario del Circolo della Stampa della Locride a Roccella Jonica (RC), che unisce ricerca e territorio. Il 29 agosto il Premio Internazionale Rosa Balistreri a Licata (AG), che chiude il cerchio tra origini e respiro internazionale.

È un percorso da leggere come testimonianza di sacrificio, di impegno, di passione a una strada scelta e mantenuta con costanza.

“Confesso che quando ho ricevuto questi Premi – ci racconta il professor Pira con emozione e gratitudine – ho avvertito un senso di responsabilità ancora più forte di prima. Ho realizzato che l’umiltà deve sempre guidare ogni nostra scelta. Ho ripensato per un attimo a quando ragazzino presi un Premio nel corso di un evento musicale. Ho studiato pianoforte e chitarra, amavo anche cantare, e mio papà Gino, mi disse subito che il vero Premio, quello più importante nella vita, era fare ogni giorno il proprio dovere. Un insegnamento che mi è rimasto per la vita”.

Francesco Pira è Professore Associato di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università degli Studi di Messina, con Abilitazione Scientifica Nazionale alla prima fascia di Professore Ordinario.

Insegna Teorie e tecniche del giornalismo digitale, Social media e comunicazione d’impresa, Giornalismo sportivo nel corso di laurea triennale e Giornalismo digitale nel corso di laurea magistrale presso il Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne, dove il Direttore professor Giuseppe Ucciardello lo ha nominato Delegato alla Comunicazione. Insegna inoltre Tecniche comunicative in sanità pubblica nel corso di laurea in Tecniche della Riabilitazione Psichiatrica presso il Dipartimento BIOMORF dello stesso Ateneo ed è componente del Collegio dei Docenti del Dottorato in Scienze Politiche. Laureato in Sociologia all’Università “Gabriele d’Annunzio” di Chieti, ha conseguito cum laude il dottorato di ricerca in comunicazione all’Università Pontificia Salesiana.

Saggista e giornalista, autore di oltre ottanta pubblicazioni tra monografie, saggi, contributi in volume e articoli scientifici in italiano, inglese e spagnolo, è condirettore della rivista Addiction& Social Media Communication.

Il suo percorso scientifico ha assunto progressivamente respiro internazionale: visiting professor presso l’Università Rey Juan Carlos di Madrid, docente Erasmus presso l’Università Marie Curie di Lublino, membro del Comitato Accademico del ObservatorioEuromediterráneo de Democracia y Espacio Público, ha partecipato al progetto OIR – Open Innovative Resources per la didattica inclusiva sostenuto dall’Unione Europea. È stato Visiting Marie Curie Staff Member presso il Center for Social Science di Tbilisi nell’ambito del Progetto SHADOW, docente alla International Summer School di Timișoara, chair di un panel al Congresso della Federazione Spagnola di Sociologia a Bilbao. Tra i più recenti incarichi, la nomina a membro dello Steering Committee della 12ª Conferenza Mondiale sui Media e la Comunicazione di Massa – MEDCOM 2027, in programma a Bangkok il 5 e 6 aprile 2027. MEDCOM è la conferenza biennale più prestigiosa a livello mondiale nel campo dei media studies, che riunisce ricercatori, docenti e professionisti da ogni continente per confrontarsi sulle trasformazioni della comunicazione globale. Nel 2025 è entrato nel Comitato Scientifico dell’Intergruppo Parlamentare sul Digitale e in un gruppo di ricerca del Centro de Investigación Social Aplicada dell’Università di Malaga sulla famiglia digitale in Europa e nel Mediterraneo.

Parallelamente all’impegno accademico, svolge un’intensa attività di studio, scrittura e formazione sui temi della media education, delle fake news e della responsabilità comunicativa. È consigliere nazionale dell’UCSI – Unione Cattolica Stampa Italiana, e il quotidiano Avvenire lo ha indicato tra i maggiori analisti italiani del fenomeno delle notizie false. Da oltre un anno è ospite fisso della trasmissione nazionale Fatti di Nera, in onda sul canale 122 del digitale terrestre. Nel 2008 è stato insignito dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano dell’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.

La conversazione che segue parte da questi riconoscimenti per allargarsi a questioni centrali del nostro presente: il ruolo della comunicazione, la qualità dell’informazione, l’impatto dell’intelligenza artificiale, la necessità di educare a un uso più responsabile delle parole e dei media.

D: Questa estate ha raccolto quattro riconoscimenti in pochi mesi, tutti legati a dimensioni diverse del suo lavoro. Palermo, Montallegro, Roccella Jonica, Licata: che cosa tiene insieme questi luoghi, o ognuno ha toccato una dimensione separata del suo impegno?

R: «Ogni riconoscimento ha una sua specificità e va accolto con gratitudine. Palermo ha evocato il valore della comunicazione al servizio della verità, nel solco di una tradizione che unisce giornalismo e responsabilità civile. Montallegro ha richiamato l’attenzione per i territori, per le comunità che costruiscono cultura con passione e dedizione. Roccella Jonica ha restituito il senso del dialogo tra ricerca e informazione locale, tra università e realtà sociali concrete. Licata, infine, mi ha riportato alle mie origini, alla memoria, a quel rapporto con una terra che continua a segnare il mio modo di guardare il mondo. Il filo rosso che tiene insieme questi luoghi è forse la dedizione: il privilegio di aver potuto dedicare anni a una strada che non ha mai smesso di interessarmi, e la riconoscenza di constatare che qualcuno ha valorizzato questo cammino».

D: L’UCSI Sicilia (Unione Cattolica Stampa Italiana) ha premiato il suo impegno come formatore, e analista della comunicazione. Che cosa significa essere riconosciuto da una comunità professionale che ha nella responsabilità della parola la propria essenza?

R: «Significa molto, perché il giornalismo è per me una forma di servizio civile, non solo un mestiere. Ringrazio il Presidente regionale UCSI, Gaetano Rizzo, per questo Premio. Quando si parla di responsabilità della parola, si tocca il cuore della democrazia. Una società che non ha fiducia nelle parole pubbliche, che non sa più distinguere tra informazione e propaganda, tra opinione e fatto, è una società che perde la capacità di orientarsi. Io credo che il lavoro del sociologo, e del giornalista, debba aggiungere una domanda ulteriore: non solo “come funziona il mondo?”, ma anche “come dovrebbe essere il mondo?”. Questa domanda appartiene all’uomo che studia la realtà e la storia. E il magistero di Papa Francesco, con la sua attenzione alla comunicazione “disarmata e disarmante”, mi ha aiutato a tenere insieme queste dimensioni: rigore analitico e responsabilità etica, verifica dei fatti e cura delle persone».

D: A Montallegro il riconoscimento ha avuto un taglio civile, legato al territorio. Che cosa le ha comunicato l’attenzione di una comunità che costruisce cultura partendo dalla propria terra?

R: «Un valore immenso. Il sociologo statunitense Howard Becker, noto per i suoi studi in ambito etnografico, ha sempre sostenuto che la conoscenza autentica nasce dall’attenzione ai dettagli, alle vite, ai luoghi.Becker mi ha insegnato a guardare la realtà dalla prospettiva di chi vive quotidianamente le dinamiche sociali. A Montallegro ho trovato una comunità che legge, ascolta, valuta, partecipa. La ricerca vive del confronto con il mondo che studia. Quando trova ascolto nei territori, diventa davvero dialogo. Il mio grazie va al Presidente del Circolo, il giovanissimo studente universitario e brillante attore, poeta Giuseppe Iatì».

D: A Roccella Jonica il Circolo della Stampa della Locride le ha conferito un titolo onorario. Che rapporto vede oggi tra ricerca accademica e giornalismo?

R: «Lo vedo come un legame da coltivare con cura. Il giornalismo è uno dei presidi più preziosi della nostra democrazia. Quando parlo di fake news e disinformazione, troppo spesso il dibattito si concentra sui grandi media nazionali o sulle piattaforme digitali. Ma la disinformazione colpisce con particolare violenza proprio i territori, dove notizie false su sanità, ambiente, lavoro, sicurezza possono alterare comportamenti concreti e generare paure ingiustificate. Il giornalismo, quando è fatto bene, è una forma di educazione permanente: aiuta a leggere la realtà, a distinguere, a partecipare. La ricerca accademica ha il dovere di offrire strumenti di analisi, verifica, contestualizzazione, mettendosi al servizio delle comunità informative. A Roccella Jonica ho percepito proprio questa disponibilità reciproca. Mi permetto di ringraziare il Presidente del Circolo della Stampa, Francesco Sorgiovanni Errigo, e Rocco Romeo, che ha organizzato l’evento: entrambi soci del Circolo».

D: Il Premio Internazionale Rosa Balistreri a Licata la riporta alle sue origini. Rosa Balistreri ha trasformato il dolore in canto, la marginalità in voce. Che cosa le ha insegnato, questa figura, sul modo di trasformare l’esperienza personale in qualcosa che appartenga a tutti?

R: «Rosa Balistreri mi ha insegnato che la parola può nascere dal dolore senza essere dolore. Che la marginalità, quando è raccontata con verità, diventa centrale. Che l’esperienza personale, se non resta chiusa in sé, può aiutare molte altre persone. È una lezione che attraversa tutta la tradizione della narrazione popolare siciliana: dalla poesia dialettale al teatro dei pupi, dalla cantastorie alla letteratura contemporanea. La Sicilia ha sempre saputo trasformare la sofferenza in parola, l’esclusione in riconoscimento. Cerco di trasformare ciò che vivo, ciò che osservo, ciò che mi ferisce o mi interroga, in strumento di comprensione per gli altri. La sociologia, per me, è anche questo: un modo di restituire ciò che la vita mi ha consegnato in forma individuale. Rosa lo faceva con la musica, io lo faccio con le parole. Il meccanismo è lo stesso: uscire da sé per raggiungere l’altro. Il mio grazie va al Dottor Nicolò La Perna Presidente del Centro e al Sindaco di Licata, Angelo Balsamo e all’Assessore Giuseppe Federico che mi ha consegnato la targa. Un mio docente delle superiori il Notaio Salvatore Abbruscato ha letto la motivazione scritta da La Perna. Un momento molto emozionante».

D: Da oltre un anno è ospite fisso di Fatti di Nera, trasmissione nazionale in onda sul canale 122 del digitale terrestre. Che cosa le ha insegnato il contatto settimanale con chi la segue?

R: «Mi ha insegnato che c’è una fame di conoscenza che non si esaurisce nelle reazioni immediate. Chi guarda una trasmissione televisiva cerca chiavi di comprensione, strumenti per orientarsi, parole che diano forma a ciò che percepisce confuso. La televisione è un medium complesso, fatto di tempi stretti, di linguaggi codificati, di logiche commerciali. Eppure può diventare uno spazio di formazione civile importante.

Quando parlo di fake news, di intelligenza artificiale, di responsabilità digitale, immagino sempre una persona sola davanti allo schermo: ha il diritto di capire cosa sta succedendo nel mondo. È a lei che mi rivolgo. Al cittadino che vuole ritrovare un senso nella confusione del presente».

D: L’intelligenza artificiale è uno dei temi che più spesso affronta in televisione e in aula. Quali opportunità vede, e quali rischi la preoccupano maggiormente?

R: «Vedo opportunità enormi nella ricerca, nella prevenzione, nella capacità di analizzare grandi quantità di dati. Ma vedo anche rischi che non possiamo sottovalutare. Il filosofo dell’informazione Luciano Floridi, di fama internazionale, parla di onlife: una condizione nella quale vita digitale e vita reale sono così intrecciate da non essere più separabili. In questa condizione, se non sviluppiamo una nuova forma di alfabetizzazione critica, rischiamo di diventare strumenti di strumenti che dovrebbero servirci. L’IA in sé non è pericolosa: è la nostra incapacità di regolarla, di educare al suo uso, di mantenere viva la domanda umana. Mi preoccupa soprattutto la normalizzazione della delega: il rischio che le nuove generazioni, cresciute con strumenti che pensano per loro, perdano la pazienza della riflessione, la fatica del dubbio, la gioia della scoperta».

D: Insegnare giornalismo digitale a studenti che hanno familiarità con i social fin dall’adolescenza: che sfida rappresenta? E che cosa, invece, risulta più immediato di quanto si possa pensare?

R: «La sfida maggiore è accompagnarli a comprendere che la velocità non è sempre un bene. Sono abituati a tutto immediato: notizie, reazioni, emozioni, giudizi. Il giornalismo, invece, richiede lentezza: verificare, contestualizzare, confrontare, riflettere. Questa lentezza può sembrare un limite, ma proprio qui sta il paradosso: in un ecosistema saturo di contenuti, la qualità diventa l’unico vero distintivo. E la qualità richiede tempo. Ciò che è più immediato, invece, è la loro naturale familiarità con i linguaggi multimediali. Non devo spiegare loro cos’è un social network: devo aiutarli a leggerlo criticamente. E questo, paradossalmente, è un vantaggio. Partiamo da una competenza diffusa, anche se superficiale, e la approfondiamo fino a trasformarla in professionalità».

D: Quando entra in aula, dopo tanti anni di insegnamento, qual è la domanda che ancora oggi spera di sentirsi rivolgere da uno studente?

R:«La domanda che più mi emoziona è quella che nasce da un percorso autonomo, da una lettura personale, da un’esperienza che lo studente porta in aula e che illumina il tema in modo inatteso. Ma se devo scegliere una domanda specifica, direi: “E noi, cosa possiamo fare?”. Perché significa che lo studente non si è limitato a capire, ma sente una responsabilità. E la responsabilità è l’inizio di ogni autentico impegno civile».

D: Se dovesse consegnare a chi legge questa conversazione una sola parola, quale sceglierebbe? E perché proprio quella?

R: «Sceglierei custodire. Perché contiene tutto ciò che cerco di fare e di insegnare. Custodire la verità, anche quando è scomoda. Custodire la memoria, anche quando pesa. Custodire l’altro, anche quando è diverso. Custodire la parola, evitando che diventi rumore o violenza. Custodire la terra, che è la nostra casa comune. È una parola antica, ma straordinariamente attuale. È il contrario della cultura dell’uso e dello scarto che caratterizza il nostro tempo. E forse, in fondo, è anche il senso più profondo di questi riconoscimenti: un incoraggiamento a continuare a custodire».

Italo Calvino, nelle Lezioni americane, invita a cercare la “levità” come reazione al peso del mondo. La levità, intesa come capacità di sollevarsi dalla materia senza fuggirla. È questa la qualità che mi ha sempre colpito nel lavoro di Francesco Pira: una levità che è sapienza di misura, equilibrio tra profondità e leggerezza. La capacità di affrontare temi significativi – fake news, disinformazione, crisi della verità, impatto dell’intelligenza artificiale – senza demonizzare le nuove tecnologie né cedere al loro fascino.

I riconoscimenti di questa estate sono il segno che più comunità, più sguardi, più territori hanno notato questa levità. E la considerano preziosa e rara.

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