L’analisi del docente dell’Università di Messina: «abbiamo bisogno di educare alle virtù, perché l’uomo virtuoso non è colui che rinuncia ma colui che comprende il vero senso della felicità che consiste nell’aiutare il prossimo e nel prendersi cura dei più fragili. Noi adulti dobbiamo essere una guida per i nostri figli e per i nostri ragazzi e non dobbiamo lasciarli soli. Coltivare l’intelletto e metterci all’ascolto del prossimo e del mondo che ci circonda per rendere questo mondo migliore. Come ha fatto Ulisse con Telemaco. E Telemaco ha amato suo padre per questo»
Estate 2026. Un tempo di mare, di vacanze, di serate con amici e al cinema. Dallo scorso 16 luglio, data dell’uscita di Odissea (The Odyssey) del regista britannico con cittadinanza americana Christopher Nolan, premio Oscar nel 2024 come miglior regista e miglior film (Oppenheimer) l’Odissea è ritornata a far parlare di sé. Piccola nota che vogliamo subire condividere: buona parte delle riprese sono state girate a largo di Lipari: tra i Faraglioni, Pietra del Bagno e Basiluzzo. L’Odissea è un poema epico, composto, con molta probabilità, negli ultimi decenni dell’VIII secolo a.C. e rappresenta un pilastro della nostra civiltà occidentale. Il regista Nolan non vuole illustrare i ventiquattro libri del poema, ma vuole offrirci una visione dell’uomo e dell’eroe Odisseo. La materia prima dell’Odissea è il mare, tutto inizia però in cielo con il concilio degli dei e con l’intervento della dea Atena a favore di Odisseo che sottolinea l’importanza della protezione divina e della virtù umana nel superare le prove della vita. Questo inizio, questi primi venti, trenta righe iniziali, sono fondamentali per comprendere che il tema centrale dell’Odissea è il viaggio con metafora della crescita personale e della ricerca della felicità. Inoltre, è importante sottolineare che il secondo libro dell’Odissea non comincia da Ulisse/Odisseo ma da Telemaco, il figlio adolescente. Senza di lui la trama del poema epico omerico non si metterebbe in moto. Ne parliamo con il professore Francesco Pira, Associato di Sociologia dei Processi Culturali e Comunicativi dell’Università di Messina attento osservatore delle dinamiche sociali e delle evoluzioni della comunicazione. Il film di Nolan sta riscuotendo ampi consensi in tutto il mondo da parte del pubblico e della critica.
D.: Un commento dopo aver visto al cinema l’Odissea di Nolan. Questo film parte dal testo epico omerico ma vuole parlare a noi, vuole parlare dei nostri giorni? L’Odissea di Nolan è un film sull’espiazione delle colpe commesse. Ulisse/Odisseo torna da una guerra che ha vinto. Ma in verità, nessuno torna davvero vincitore da una guerra. Troia è distrutta, un’intera civiltà è stata saccheggiata, incendiata, cancellata. Il viaggio di ritorno – segnato dalla morte dei propri compagni – è il prezzo da pagare per quella distruzione. Il mare che percorre, che naviga è simbolo di espiazione, di penitenza. Tutto questo cosa ci insegna? Cosa suggerisce all’uomo di oggi?
R.: Sono andato a vedere il film spogliandomi di qualunque tipo di pregiudizio. Ho letto delle recensioni, visto dei servizi televisivi, facendo scroll sui social ho sentito e visto di tutto. Nonostante questo, sono entrato nella sala cinematografica e per tre ore sono stato catturato da un film stupendo. Una pellicola che ci fa leggere il grande poema epico di Omero con altri occhi. Tutti siamo consapevoli che si tratta di un’opera letteraria in 24 libri, come l’Iliade, che riesce ad affascinare persone di tutte le età. La narrazione ancora oggi, nonostante le nostre disillusioni è avvincente. In ognuno di noi è nato e cresciuto dentro un Ulisse. La voglia di viaggiare e di scoprire nuovi mondi, nuovi popoli, di affrontare nuove sfide. E poi il legame con la terra d’origine con gli affetti veri, con quello che rappresenta il luogo dove siamo nati e cresciuti. Troia è il mondo di oggi, dove il potere si manifesta in maniera diversa ma è pur sempre potere. Sto leggendo un interessante libro di Paolo Benanti “La nuova logica del dominio”. C’è molta corrispondenza con la rappresentazione del potere di Nolan. Ieri era la conquista di Troia. Una guerra per una donna. Oggi spiega Benanti, teologo, presbitero e filosofo francescano che se un tempo il potere era un’entità visibile, incarnata in monarchi, Stati ed istituzioni, oggi si presenta come una forza disincantata e onnipresente. Non risiede in un palazzo, ma in una rete, in un algoritmo, in un’infrastruttura di dati che attraversa i confini nazionali e invade la sfera privata. È il potere computazionale, capace di modellare le nostre opinioni, le nostre abitudini e persino la nostra identità. Il mare di Ulisse è la rete. E gli algoritmi la Maga Circe, Calipso, le sirene, i vortici e persino Polifemo. Una cosa non mi è piaciuta a proposito. Nel poema uno dei momenti indelebili è la conferma dell’intelligenza di Ulisse che non dà il proprio nome ma dice al Ciclope di chiamarsi Nessuno. Avrei aggiunto questo frame identificativo dell’opera. Il film suggerisce all’uomo di oggi l’inutilità delle guerre. Il bisogno di pace e di serenità. La necessità di recuperare solidarietà, amicizia, valori e soprattutto amore. Come quello inossidabile di Ulisse con Penelope, nonostante tutto. Come quello di Ulisse per Telemaco, per il cane Argo e per Tiresia indovino cieco della mitologia greca.

D.: Un altro simbolo del film è il cavallo. Un simbolo potente, forte. La guerra è mascherata, travestita dalla pace. La città di Troia credeva che la guerra fosse finita invece essa entra dentro le sue mura. Il cavallo è simbolo e immagine del tradimento. Una pellicola che parla e disvela le ipocrisie, le falsità di tanto Occidente. Quante dichiarazioni, trattati, summit sulla pace per poi invece assistere a continue e violente esplosioni ingiustificate di guerre. Anche nelle nostre realtà cosiddette civili, democratiche facciamo entrare ma anche esportiamo “cavalli” di guerre. La nostra civiltà è imbevuta di guerra, se ne contano al momento più di cinquanta. Perché continuiamo a distruggere? Cosa lasceremo di noi alle prossime generazioni?
R.: Nel film è un passaggio cruciale quello del cavallo di Troia. Più volte nella narrazione e nella traduzione cinematografica del poema Nolan ci fa vedere il cavallo come un dono imponente ma che è simbolo e luogo di sacrificio dei tanti uomini che con Ulisse erano nella pancia. È l’astuzia usata per raggiungere l’obiettivo, che non tiene conto delle vite umane che vengono soppresse. C’è molta attinenza con la narrazione della guerra di oggi. Ogni epoca ha avuto il suo modo di guardare la guerra: attraverso le parole dei cronisti, le immagini dei reporter, le testimonianze dei sopravvissuti. Ma oggi viviamo in un tempo in cui la guerra si consuma anche sugli schermi, dentro i feed dei social network, nei video di pochi secondi che scorrono tra una canzone e un balletto. Il conflitto è diventato contenuto — confezionato, montato, filtrato, accompagnato da musiche accattivanti — e rischia così di perdere la sua sostanza tragica, la sua disumanità. Dobbiamo entrare dentro questa trasformazione: dalla guerra raccontata alla guerra narrata, dalla propaganda nascosta alla disinformazione digitale, fino alla nuova minaccia dell’intelligenza artificiale. Basti pensare al caso del video pubblicato su Instagram dall’account della Casa Bianca, dove missili e jet da combattimento erano accompagnati dalla musica della Macarena? Un linguaggio leggero e pop, usato per comunicare un’azione militare. È il segno del nostro tempo: la politica parla con il linguaggio dei social, e perfino la guerra viene tradotta in formato storytelling. Quando un’operazione militare viene comunicata con il linguaggio dell’intrattenimento digitale, il confine tra informazione e propaganda spettacolarizzata si assottiglia fino quasi a scomparire. Il rischio è duplice: da un lato, la narrazione mediatica sopravanza la realtà; dall’altro, il pubblico, affascinato dalle immagini e dai suoni, si abitua alla violenza rappresentata, perdendo il senso della tragedia. La guerra diventa “consumabile”. Ecco ciò che intendo quando parlo di guerra nella guerra: la guerra del racconto. I social media hanno reso chiunque potenzialmente un narratore, ma hanno anche distrutto la distinzione tra testimonianza e manipolazione, tra realtà e fiction. Come sociologo, credo che l’educazione alla comunicazione — quella che chiamiamo «educomunicazione» — debba partire proprio da qui: formare cittadini capaci di leggere le immagini oltre l’apparenza, di capire dove inizia l’intento persuasivo e dove finisce la verità. Anche il cavallo di Troia era una fake news usata come arma per vincere la guerra. La manipolazione dell’informazione non è certo nata oggi. Già nel 2022 e nel 2023, nel pieno del conflitto russo-ucraino, raccontavo come la disinformazione fosse diventata un’arma a tutti gli effetti. La guerra non si combatteva solo con i carri armati, ma anche con le fake news. La Russia costruiva narrazioni parallele, censurava i giornalisti, eliminava il dissenso. E l’Ucraina, dal canto suo, utilizzava la comunicazione partecipativa: il presidente Zelensky trasmetteva messaggi dal fronte tramite dirette social, trasformandosi, nel “primo presidente a comunicare una guerra in tempo reale”. In quel contesto, occorre applicare due concetti fondamentali: il pregiudizio di conferma, che ci porta a credere solo alle notizie che confermano ciò che già pensiamo. Il ragionamento regolato, per cui le nostre convinzioni preesistenti influenzano il modo in cui interpretiamo i fatti. È per questo che spesso le fake news “funzionano” — perché ci dicono ciò che vogliamo sentirci dire. In una società polarizzata, la menzogna diventa plausibile, e il dubbio, anziché un segno di intelligenza critica, diventa un fastidio da eliminare. E poi nella nuova guerra c’è l’intelligenza artificiale ha ormai trasformato il conflitto in un laboratorio tecnologico. Nella guerra russo-ucraina, i droni autonomi, i robot “killer”, i sistemi Levender e Where is Daddy impiegati in Medio Oriente mostrano la nascita di armi letali autonome, capaci di decidere tempi, obiettivi e bersagli. Quando la tecnologia diventa più veloce della morale, nasce un nuovo abisso etico. La guerra non disumanizza più solo le vittime, ma anche chi la combatte. Eppure, la stessa tecnologia può essere strumento di conoscenza, di trasparenza, di pace. Tutto dipende da come e da chi viene usata. L’intelligenza artificiale non è il male: è una creazione dell’uomo, ma dev’essere guidata dall’uomo. E dal film emerge la necessità di un mondo migliore. Abbiamo varcato una nuova soglia: la menzogna automatizzata. Oggi i contenuti falsi prodotti dalle macchine possono sembrare reali anche agli occhi di un giornalista esperto. Riflettiamoci: se la verità scompare, che cosa resta? Se le immagini sono costruite e i testi generati in modo artificiale, come faremo a distinguere il vero dal verosimile? Come è successo per il cavallo di Troia…
D.: Odisseo/Ulisse è simbolo, archetipo dell’uomo di oggi tra violenza, contraddizioni e inganni? Un elemento essenziale della figura di Ulisse/Odisseo è la sete di conoscenza. Egli è l’emblema, il simbolo della continua ricerca dell’uomo. È il desiderio di sapere, di sapere per raccontare, per farsi storia.
R.: A me piace questo Ulisse interpretato divinamente da Matt Demon. Ho provato a trasferire le sue difficoltà nella vita di oggi. Ulisse prova a educare i suoi uomini. A renderli responsabili, consapevoli. Ma anche a proteggerli e a salvarli. Ma la domanda che rimane aperta è l’uomo davvero vuole salvarsi? Zygmunt Bauman sociologo e filosofo polacco di origini ebraiche, ha cercato di interpretare la post-modernità usando le metafore di modernità liquida e solida (Bauman, 2000) e in particolare ha paragonato il concetto di modernità e postmodernità rispettivamente allo stato solido e liquido della società. In alcuni testi (Bauman, 1992; Bauman 1993; Bauman, 1998) in modo particolare, egli sostiene che l’incertezza che attanaglia la società moderna deriva dalla trasformazione dei suoi protagonisti da produttori a consumatori. L’analisi di alcune dinamiche della società post-moderna si trasforma in una critica serrata alla mercificazione delle esistenze e all’omologazione planetaria. Fin dall’antichità e, in modo particolare nell’epoca classica, uomini di cultura: filosofi, teologi e artisti hanno tentato di descrivere e classificare le virtù che definiscono una civiltà solida. Tra queste, verità, bellezza e bontà sono le più importanti ed esse sembrano inscritte nel cuore umano. Ad esse è pure legato il desiderio di felicità di ogni uomo. In un’epoca in cui il progresso tecnologico e un diffuso atteggiamento scettico nei confronti della natura umana hanno profondamente scosso la visione globale della vita, l’emergenza educativa appare improcrastinabile. Ecco, perché bisogna ritrovare concetti come verità, bellezza e bontà di cui tanto ha parlato anche lo psicologo statunitense Gardner. Il contributo innovativo di Gardner consiste nell’aver evidenziato il bisogno della cultura contemporanea di confrontarsi con ciò che resta dei valori fondanti della società umana; e questa è, secondo Gardner, una delle principali sfide della post-modernità. Partendo dal presupposto che l’educazione sia un processo che dura tutta la vita, e valorizzando il contributo proveniente dall’intreccio di più discipline, quali la pedagogia, la psicologia, la sociologia e, in tempi più recenti, le neuroscienze, è giunto all’individuazione di alcuni valori: perdono, gratitudine e compassione, con i quali sarebbe possibile innalzare la qualità della vita dell’uomo contemporaneo, attraverso lo sviluppo di una visione umana più globale e relazionale. Oggi è necessario educare alle virtù di cui tanto ha parlato Gardner e costruire una società meno liquida, riscoprendo e valorizzando le proprie origini. L’importanza dell’altruismo nel Nuovo Millennio assume un valore fondamentale. Nel 2011 un gruppo di studiosi (Nathan et al., 2011) ha approfondito tale tematica attraverso l’analisi delle dimensioni psicologiche, sociologiche e culturali dell’altruismo, scoprendo sia che fattori culturali come la religiosità, influiscono positivamente sullo sviluppo di tale virtù; sia che questa virtù sembra apportare benefici spirituali in chi la coltiva, insieme al miglioramento delle relazioni sociali e ad una maggiore serenità. Nella cultura odierna, tuttavia, il discorso sulle virtù è frequentemente ritenuto problematico e trattato spesso con diffidente pregiudizio. Abbiamo bisogno di educare alle virtù, perché l’uomo virtuoso non è colui che rinuncia ma colui che comprende il vero senso della felicità che consiste nell’aiutare il prossimo e nel prendersi cura dei più fragili. Noi adulti dobbiamo essere una guida per i nostri figli e per i nostri ragazzi e non dobbiamo lasciarli soli. Hanno bisogno di essere incoraggiati e devono capire quanto sia importante il rispetto per sé stessi, per gli altri e per la dignità umana. Coltivare l’intelletto e metterci all’ascolto del prossimo e del mondo che ci circonda per rendere questo mondo migliore. Come ha fatto Ulisse con Telemaco. E Telemaco ha amato suo padre per questo.
