La nuova periodizzazione dell’età moderna nel libro di Tiziana Coppola

Articolo di Francesco Pira

Dopo poche pagine emerge con chiarezza l’ambizione dell’opera: non offrire una semplice ricostruzione storica, ma proporre una rilettura critica della modernità come progetto incompiuto e selettivo. Non è un libro consolatorio. È un libro necessario. Perché ci ricorda che la modernità non è solo ciò che abbiamo ereditato, ma ciò che continuiamo a riprodurre, spesso senza accorgercene. E che comprendere la storia, oggi più che mai, significa scegliere da che parte stare

Raccontare la storia significa scegliere un punto di vista. Ogni ricostruzione del passato porta con sé un’idea di società, di potere e di futuro. L’età moderna. Una nuova periodizzazione si colloca esattamente in questo spazio di tensione, dove il passato viene interrogato non per essere celebrato, ma per essere compreso nella sua eredità sociale e politica. È un libro che obbliga il lettore a rallentare, a riconsiderare certezze acquisite e, soprattutto, a riconoscere come molte delle fratture del presente affondino le radici in una modernità mai davvero compiuta.

Dopo poche pagine emerge con chiarezza l’ambizione dell’opera: non offrire una semplice ricostruzione storica, ma proporre una rilettura critica della modernità come progetto incompiuto e selettivo. L’autrice, Tiziana Coppola, nel saggio storico-argomentativo edito da Passerino Editore, sposta l’asse interpretativo dell’Età Moderna sull’Unità d’Italia, individuandola come momento decisivo dell’ascesa e dell’affermazione della borghesia quale classe egemone, capace di plasmare lo Stato, l’amministrazione e i meccanismi del potere.

Uno dei punti di forza del libro risiede nella riflessione sul metodo storiografico. Coppola rifiuta l’idea di una storia lineare e definitiva, ricordando che “non esiste un unico e valido strumento di indagine storica”. Le fonti, vere o false che siano, diventano tutte oggetti di analisi, perché ciò che conta non è solo il fatto in sé, ma il contesto sociale e politico che lo produce.

La metafora del prisma chiarisce efficacemente questa impostazione: la storia non viene restituita come verità unica, ma scomposta in molteplici prospettive. “Il prisma non rivela la ‘vera’ storia, ma piuttosto la scompone nelle sue diverse componenti”. In questo senso, la narrazione storica diventa sempre il risultato di un processo interpretativo, attraversato da valori, domande, sensibilità e conflitti.

È proprio attraverso questo prisma che l’autrice rilegge l’Età Moderna come età della borghesia, rifiutando le periodizzazioni convenzionali e proponendo una tesi netta: la modernità coincide con il momento in cui la borghesia riesce a impadronirsi dello Stato e a trasformarlo in strumento dei propri interessi. “L’Unità d’Italia si compirà non per l’eroismo di Mazzini o di Garibaldi ma ad opera di una borghesia che eroderà la democrazia”. Una borghesia che, pur parlando il linguaggio del progresso, produce esclusione, disuguaglianza e fratture territoriali non sanate.

È sul piano sociologico che il libro di Coppola trova la sua massima capacità di lettura del presente. La borghesia descritta non è soltanto una classe storica dell’Ottocento, ma una struttura di potere che si riproduce, mutando forma ma non logica, come emerge nelle riflessioni sulla modernità e sulle forze sociali che plasmano lo Stato. Coppola mostra che l’unità e la modernità non sono eventi conclusi, ma processi che ancora attraversano la società contemporanea.

Il conflitto tra grande borghesia e ceto medio, già evidente all’indomani dell’Unità, diventa oggi una delle chiavi interpretative della crisi democratica contemporanea. “Il ceto medio, sempre più assottigliato ed invisibile, lascerà spazio all’ascesa della grande borghesia”: una lettura che trova riscontro nel presente, segnato da precarizzazione, perdita di mobilità sociale e svuotamento della rappresentanza. Nel testo, Coppola parla di una borghesia che, pur portando con sé i valori del lavoro e del merito, finisce per logorare la democrazia e sottrarre “il diritto di giustizia e di uguaglianza alle fasce più deboli”, un’esclusione che risuona nelle disuguaglianze odierne.

Viviamo in un contesto di disorientamento culturale, in cui la digitalizzazione della società non ha prodotto automaticamente maggiore consapevolezza, ma ha spesso favorito l’emergere di comportamenti estremi, polarizzati, emotivi. Secondo il sociologo tedesco Jürgen Habermas, la politica funziona come spazio di mediazione tra interessi divergenti, dove la tensione tra consenso e conflitto è inevitabile e l’insoddisfazione dei cittadini è una condizione strutturale del dibattito democratico. Questa insoddisfazione si collega alla critica di Coppola verso uno Stato che “non è più espressione corale dei vari partiti”, ma è ormai lo strumento di interessi forti, una dinamica che si riflette nella difficoltà odierna di costruire consenso politico autentico.

Come evidenzia Manuel Castells, sociologo spagnolo, nella società dell’informazione la politica viene sempre più modellata dalle reti comunicative: i media definiscono l’agenda pubblica e trasformano la costruzione del consenso in un processo dominato dalla visibilità e dall’attenzione piuttosto che dalla deliberazione politica. Questo fenomeno si incrocia con le osservazioni di Coppola secondo cui le periodizzazioni storiche stesse dipendono da prospettive soggettive e interpretative, mostrando come la realtà comune sia sempre mediata da strutture di potere e di comunicazione.

Le dinamiche di polarizzazione e di “echo chamber” nei social network amplificano la manipolazione dell’informazione, creando ambienti dove le convinzioni emotive prevalgono sui fatti, favorendo la cosiddetta post-verità. Danah Boyd, studiosa e ricercatrice statunitense, osserva che la disintermediazione digitale produce una circolazione veloce e incontrollata di informazioni che sovverte i tradizionali processi di formazione della conoscenza pubblica.

Questa tensione tra narrazione mediatica e costruzione della realtà sociale si rispecchia nell’approccio metodologico di Coppola, che insiste sul fatto che “non esiste un unico e valido strumento di indagine storica” e che la ricerca storica è “un metodo dinamico, non statico”. Persino la conoscenza storica — come quella sociopolitica — è mediata, interpretata, soggetta a conflitti e pluralità di fonti.

In questo quadro, il privato viene messo in scena come strumento propagandistico: l’autenticità diventa una performance, il contatto diretto con il cittadino un’illusione costruita attraverso meccanismi di risonanza e crossmedialità.

Come sottolinea Marshall McLuhan, sociologo, filosofo e critico letterario canadese, i media non sono neutrali: la loro forma e il loro funzionamento influenzano il modo in cui le informazioni vengono ricevute e interpretate, condizionando percezioni, priorità e processi sociali.

L’autrice

Coppola parla di una borghesia che si pone al centro di un rapporto tra accentramento amministrativo e sviluppo dell’individualismo, un processo che oggi si intreccia con il modo in cui i media plasmano la soggettività e l’identità sociale.

Il risultato è la nascita di pseudo-comunità chiuse, legami deboli, incapaci di produrre vera partecipazione. Nel libro, l’autrice osserva come lo Stato moderno, invece di unire distanze culturali e geografiche, finisca per accentuarle: una dinamica che oggi si ripete nello spazio digitale, dove comunità frammentate trovano conferma solo nelle proprie bolle di opinione.

Il dato più evidente di questa crisi è l’astensionismo crescente. Le parole di Pirandello sulla “tirannia mascherata da libertà” risuonano oggi con inquietante attualità. In Coppola emerge la critica a un sistema politico che ha progressivamente perso la sua funzione rappresentativa, lasciando i cittadini sempre più estranei ai processi decisionali. Secondo Pierre Bourdieu, sociologo e antropologo francese, le strutture sociali influenzano fortemente la partecipazione politica, creando una distanza tra cittadini e rappresentanza che può trasformare la democrazia in un meccanismo ripetitivo di voto senza reale influenza. In aggiunta, Chantal Mouffe, politologa e filosofa belga, pone l’accento su come il pluralismo conflittuale e la frammentazione dell’opinione pubblica riflettano una tensione costante tra volontà collettiva e percezione sociale, che può indebolire la coesione democratica.

Come ha scritto Ulrich Beck, sociologo tedesco, eventi globali e crisi sistemiche (pandemie, conflitti internazionali, instabilità economica) accelerano processi di rischio e incertezza, aumentando ansia sociale, diffusione di informazioni contraddittorie e percezione di vulnerabilità diffusa. In modo analogo, Anthony Giddens, sociologo e politologo britannico, ha spiegato che le società moderne, interconnesse e globalizzate, reagiscono a crisi di grande scala generando confusione informativa e ansia diffusa, fenomeni che accentuano la percezione di precarietà e disorientamento.

Proprio per questo motivo, è significativo che, in conclusione, Coppola descriva una “guerra di classe di lunga durata”, un conflitto sotterraneo che vede protagonista una borghesia che

muta forma ma mantiene il comando delle leve del potere, proprio come attualmente vediamo nelle articolazioni del capitalismo finanziario e nelle crisi democratiche globali.

In una società liquida, così come ha scritto il sociologo Zygmunt Bauman, prosperano le strutture dell’inganno e dell’insicurezza. Come scriveva Leonardo Sciascia, “la sicurezza del potere si fonda sull’insicurezza dei cittadini”. Una frase che sembra dialogare direttamente con l’analisi di Coppola sullo Stato moderno e post-moderno.

L’età moderna. Una nuova periodizzazione è un saggio che non si limita a riscrivere la storia, ma invita a ripensare il presente. Tiziana Coppola ci consegna un testo denso, analitico, che mette in discussione il mito del progresso e smaschera le continuità tra passato e attualità.

Non è un libro consolatorio. È un libro necessario. Perché ci ricorda che la modernità non è solo ciò che abbiamo ereditato, ma ciò che continuiamo a riprodurre, spesso senza accorgercene. E che comprendere la storia, oggi più che mai, significa scegliere da che parte stare.

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