“Much Loved”, un film che affronta con tono da reportage narrativo il problema della prostituzione a Marrakech

Articolo di Gordiano Lupi

Un film che mi ero perso al cinema e che ho recuperato su schermo medio – grande grazie a un ciclo Proiezione Donna curato da Loretta Mazzinghi presso la Biblioteca Civica Falesiana di Piombino. Pare che il regista abbia avuto un sacco di problemi dopo la proiezione in Marocco della pellicola, sia con la parte musulmana della cultura araba che con la giustizia civile. Non c’è da stupirsi, Much Loved non fa sconti a nessuno, affronta con tono da reportage narrativo il problema della prostituzione a Marrakech, pedinando quasi neorealisticamente la vita quotidiana di Randa (Lazrak), Noha (Abidar), Hlima (Elaaloui) e Soukaina (Karaouane), portando la macchina da presa nelle discoteche trasformate in bordelli e nelle abitazioni private di lusso dove si organizzano festini. L’indice accusatore è puntato come sempre verso i vizi privati e le pubbliche virtù, visto che la società marocchina sulla carta non sarebbe permissiva su alcol, droga e prostituzione, ma di fatto consente a chi possiede denaro di praticare ogni tipo di perversione. Il Marocco ha vietato la visione del film – considerato lesivo dell’onore del paese – e il regista ha scelto di emigrare in Francia, anche perché minacciato di morte insieme alle attrici che hanno recitato nel film. Much Loved è un film di denuncia, il regista con rapide soggettive e inquietanti primi piani, oltre a carrelli girati da un’auto in corsa, mostra la Marrakech del quotidiano, dove la povertà del popolo contrasta con la ricchezza esibita da europei e sauditi. Il tono di fondo è dato da una fotografia giallo sporco di Virginie Surdej, color sabbia del deserto, inoltre notiamo che dal tassì delle prostitute spesso si vede la città come se le donne la guardassero dall’esterno, in un’atmosfera persino surreale. Il ritmo è rapido, un montaggio sincopato (Damien Keyeux) porta a non sentire la fatica dei 105’, durante i quali si mostra molto, esibendo un campionario di aberrazione senza limiti. Il realismo è estremo, il regista non vuol certo fare pornografia né tanto meno voyeurismo, solo sviscerare un problema e ritiene che sia lecito riprendere la vita quotidiana in ogni sua sfaccettatura. Nabil Ayouch fa largo uso della macchina a mano – instabile e convulsa – per seguire le attrici (quasi tutte non professioniste) nel corso delle loro giornate, descrivendole come persone vere, senza alcun tipo di edulcorazione nei confronti dei caratteri. I primissimi piani sono introspettivi, la macchina da presa scava nel dolore delle protagoniste, nelle storie individuali di frustrazione, nei sogni che non vorrebbero lasciare il posto alla realtà. Colonna sonora a base di musica marocchina che quando scorrono i titoli di coda lascia il posto a contaminazioni occidentali, forse un segnale di speranza, una sorta di via di fuga verso la libertà. La sceneggiatura, curata in prima persona dal regista (autore completo, persino produttore) non presenta problemi di sorta, il quotidiano violento e disperato del paese marocchino viene fuori come un protagonista, alla pari degli

sfacciati sauditi pieni di dollari e dei vecchi bavosi europei che frequentano anche ragazzini. La prostituzione è una scelta che le quattro ragazze fanno per sopravvivere e per cercare di coltivare i loro sogni, aiutate da un tassista che le accompagna nei luoghi dei rapporti proibiti (il solo uomo accettabile del film), anche se la loro vita non è per niente facile. Noha deve rinunciare alla famiglia che la ripudia dopo aver capito da dove provengono i soldi, Randa vorrebbe andare in Spagna a vivere dal padre ma non ha i documenti in regola, Soukaina mantiene il suo amante marocchino, Hlima è incinta, ha rapporti con la gente del popolo e abortisce il suo bambino. “Meglio non avere figli che essere una pessima madre”, le dice Noha, consapevole di aver perso il rapporto con i figli per la scelta di prostituirsi. In Marocco ci si deve guardare anche da una polizia corrotta che chiede soldi alle prostitute e violenta le ragazze che non hanno alcun diritto di lamentarsi. Bellissimo il finale con le quattro protagoniste insieme al tassista che guardano il mare dalla spiaggia e vorrebbero non essere costrette a continuare a fare quel tipo di vita. “Dobbiamo proprio andare a quella festa?”. Pare non esserci scelta tra prostituirsi e morire di povertà. Un film utile che spesso è un doloroso pugno allo stomaco per lo spettatore, ma di questi tempi sono le storie di cui sentiamo profondamente la necessità. Da vedere.

Regia, Soggetto, Sceneggiatura: Nabil Ayouch. Fotografia: Virginie Surdej. Montaggio: Damien Keyeux. Musiche: Mike Kourtzer. Trucco: Ghislaine Nejjar. Produttori: Nabil Ayouch, Eric Poulet, Saïd Hamich. Casa di Produzione: Les Films du Nuveau Monde. Distribuzione (Italia): Cinema. Paesi di Produzione: Marocco, Francia – 2015. Durata: 105’. Genere: Drammatico. Interpreti: Loubna Abidar (Noha), Asmaa Lazrak (Randa), Halima Karaouane (Soukaina), Sara El Mhamdi Elaaloui (Hlima), Abdellah Didane (Saïd), Danny Boushebel (Ahmad).

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