Dante: l’inventore dell’Italia

Articolo di Pietro Salvatore Reina

Il 13 e/o il 14 settembre nella città di Ravenna muore Dante Alighieri: il più grande poeta che l’Italia abbia mai avuto. Viene seppellito con grandi onori in una cappella adiacente al muro del convento della chiesa di san Pier Maggiore.

Dante non solo è il «padre» della lingua italiana: il 90% del lessico fondamentale dell’italiano in uso oggi è già nella Commedia, la più importante testimonianza letteraria della civiltà medievale, la sintesi di questa civiltà ma essa rappresenta anche «la fondazione di un nuovo mondo letterario e linguistico» (Ferroni) che inaugura la storia dell’«età moderna». Il Sommo Poeta iniziò la composizione della Commedia o meglio Comedìa durante l’esilio. l’aggettivo «divina» fu aggiunto da Giovanni Boccaccio nel Trattatello in laude di Dante (metà del XIV sec.) e comparve per la prima volta in un’edizione del 1555 curata da Ludovico Dolce. L’opera è la parabola, l’allegoria del cammin di purificazione che ogni uomo deve compiere in questa vita per ottenere la salvezza eterna. È anche un grandioso e colorato manifesto/atto di denuncia dei mali d’ogni epoca (la corruzione, gli abusi del potere politico) in nome della giustizia. La Divina Commedia è «il più bel libro mai scritto dagli uomini» (Jorge Luis Borges).

Ma Dante è soprattutto «l’inventore dell’Italia» (cfr. Edoardo Semmola, Domani è il Dantedì, la giornata in onore del poeta. Intervista con Aldo Cazzullo in il «Corriere Fiorentino» del 24 maggio 2020: «Il nostro Paese è nato, è scaturito dalla cultura, dalla bellezza, dai versi di Dante e dagli affreschi di Giotto»). L’Italia – scrive Marcello Veneziani sulle pagine di «Panorama» del 17 ottobre 2019- è l’«unico Paese al mondo fondato da un poeta […] il ruolo di Dante come profeta dell’Italia nasce da una lunga tradizione culturale: Vincenzo Monti, Giuseppe Mazzini, George Gordon Byron, Giuseppe Mameli (autore anche dell’ode Dante e l’Italia), Francesco de Sanctis, Ruggero Bonghi primo presidente della Società Dante Alighieri (1889-1895) e Giovanni Gentile».

La ri-scoperta, la lettura, lo studio dell’opera omnia di Dante giova al nostro Paese per superare la crisi in cui da decenni è impantanato. Le pagine della Comedia, in particolare, offrono una ricerca e sintesi di valori per superare le «liquide» situazioni di ingiustizia, di «nichilismo». Esse sono la fonte di un linguaggio politico differente, nuovo, straordinario. Costituiscono la conditio sine qua non per dare un futuro, un nuovo volto al mondo e un significato alla propria esistenza. Infatti l’evoluzione, la parabola millenaria dell’esistenza umana è tutta racchiusa in una terzina («Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguire virtute e canoscenza», Inferno XXVI, 118-120) che non solo dovrebbe essere scritta in ogni edificio scolastico ma soprattutto nel «libro della nostra memoria» e nel nostro corpo, sintesi del nostro essere nel modo.

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