Diego Armando Maradona da Pibe de Oro a Mano de Dios, il calcio piange il suo re

Articolo di Edoardo Ullo

Il re del calcio è morto. Evviva Maradona. È il momento del lutto, dello sgomento. La notizia della scomparsa del Pibe de Oro è qualcosa che lascia il vuoto dentro non solo degli argentini, non solo dei napoletani ma anche di tutti gli amanti del calcio che, come giustamente ricorda Pelè, è il gioco più bello del mondo. Almeno per molte persone.

Diego Armando Maradona ci ha lasciato ieri a 60 anni nella sua Tigre, una località non troppo lontana da Buenos Aires. Un arresto cardiocircolatorio che non ha lasciato scampo all’uomo che più volte nella sua vita ha dribblato tutto ed anche la morte in qualche circostanza.

Poco più di tre settimane fa il mondo festeggiava – ma in apprensione – i suoi sessant’anni. Colpa di un recente intervento alla testa per la rimozione di un edema subdurale. Emblema di una vita che per lui non è stata facile, neppure nei suoi momenti più alti di gloria.

Un angelo quando giocava al calcio, un Lucignolo fuori dal rettangolo di gioco, forse non troppo forte quando si trattava di resistere al fascino femminile o per festeggiare i risultati sportivi anche con gente non esattamente (ed a dir poco) raccomandabile. Autogol, diranno. Una vita in chiaroscuro, un Caravaggio del pallone che però grazie al calcio ha raggiunto risultati impossibili nato in povertà.

Lo sanno a Napoli perché grazie ai suoi gol, alle sue magie, ai suoi assist, gli eterni secondi (quando andava bene) vinsero due scudetti, una coppa Italia, supercoppa italiana ed una coppa Uefa.

Se tutti ricordano il primo allenamento al San Paolo, quando in migliaia e migliaia (paganti per un allenamento, sissignore) lo accolsero come un messia, tanti altri ricordano alcune perle che sono valorizzate dalle vecchie vhs e registrazioni dell’epoca. Il genio si materializzò tante volte. Ne sa qualche cosa il povero Giuliano Giuliani, che poi diventò suo compagno di squadra e festeggiò il secondo scudetto nel ‘90, che nel 1985 in un clamoroso 5-0 del Napoli al Verona dovette subire un’umiliazione atroce per un portiere: essere trafitto da una cinquantina di metri (e da posizione defilata).

Se Ronaldo il fenomeno (il brasiliano) era l’aguzzino dei portieri, Diego Armando Maradona non era certo uno tenero con loro. Stefano Tacconi probabilmente si chiederà a distanza di oltre 35 anni come abbia fatto Diego a trovare lo spiraglio giusto in una folta barriera da un calcio di punizione a due in area e quindi da una distanza ridotta. Era il 3 novembre del 1985.

AI MONDIALI DA GIOCATORE

Si potrebbe continuare all’infinito. Se il Pibe de Oro fece grande il Napoli, fece risplendere l’Argentina. Non gli andò bene nel 1982 quando si, siglò due reti alla malcapitata Ungheria demolita 4-1 nella prima fase e regalò il pass per il secondo girone, quello di Barcellona (stadio Sarrià) con Italia e Brasile. Ma gli andò male con gli azzurri futuri campioni del mondo (ingabbiato dalla cura Gentile), e gli andò ancora peggio col Brasile quando venne espulso per un fallo bruttissimo su Batista. Ma era giovane ed inesperto.

Il capolavoro assoluto, da pallone d’oro, lo realizzò quattro anni dopo. In Messico, Diego Maradona era più maturo, era sicuramente cresciuto. Era un uomo, con tanta sicurezza ed un carisma smisurato. Perché è bene ricordarlo, Maradona non era solo tacco, punta ed eleganza, ma sapeva sudare e lottare nonostante una statura non certo da marcantonio.

Che fosse il suo mondiale lo si intuì con l’Italia, nel secondo incontro di qualificazione. Dopo l’effimero vantaggio di Altobelli su rigore, il Pibe de Oro beffò Galli (quanto mai incerto in quella rassegna iridata disgraziata e ben lontana dai fasti di quattro anni prima in Spagna) con un tocchetto che fece passare delicatamente il pallone accanto all’estremo difensore assurdo. Rimanemmo tutti increduli. Ma alla fine festeggiò lui.

Poi venne il giorno di Argentina-Inghilterra. Una sfida calda, caldissima, anche perché era ancora fresco quanto successo quattro anni prima alle Falkland (che gli argentini chiamano sempre Malvine). Ma al di là delle questioni politiche, Maradona diventò la Mano de Dios. Succede, infatti, che un pallone alto in area, viene arpionato dal numero 10 argentino che anticipando l’esperto Peter Shilton (non uno qualunque) permise ai sudamericani di andare in vantaggio. Ma come ha fatto? Gol di testa? Ma Maradona è alto un metro ed un succo di frutta rispetto all’estremo difensore inglese. Dieguito riuscì a beffare tutto e tutti. Tranne gli inglesi che (giustamente) protestarono. Niente da fare per loro: l’arbitro indicò il cerchio di centrocampo.

Non passa troppo, e Maradona si rende protagonista dell’azione più incredibile della storia dei Mondiali (beh, tra le più incredibili, Roberto Baggio con la Cecoslovacchia nel ’90 e l’arabo Saeed Al-Owairan ai danni del Belgio ad Usa 94 non fecero troppo peggio, ndr). Una danza che lo portò rapidamente dalla sua tre quarti di campo all’area piccola per depositare, dopo aver dribblato mezza squadra avversaria, il pallone in rete.

Questa è la partita simbolo del genio e della sregolatezza. In ordine inverso per l’occasione. La partita dei quarti di finale finì 2-1. Da solo Maradona aveva buttato fuori gli “odiati” inglesi. In semifinale toccò al Belgio con due reti molto belle, soprattutto la seconda quando con un paio di finte disorientò la difesa guidata da Jean Marie Pfaff, altro portiere di grandissimo spessore ed estro.

Nella finale con la Germania Ovest lotta, suda, fa assist ed il 3-2 della sua Argentina lo consacra giustamente a re del mondo. Re del calcio.

È questo, sicuramente, l’apice sportivo del campione Maradona. Che quattro anni dopo ad Italia 90 stava per ripetere l’impresa in un’edizione dove l’uomo ha fatto a pugni con i suoi limiti e con le sue imperfezioni. Maradona sembra stanco. Il girone eliminatorio è davvero rocambolesco: l’albiceleste perde la partita inaugurale a Milano l’8 giugno 1990 con il Camerun di N’Kono e di Omam Biyik che di testa segnò sfruttando anche un errore di Nery Pumpido, il guardiapali argentino.

L’Argentina batterà 2-0 l’Urss e pareggerà 1-1 con la Romania, finendo terza nel suo girone. Maradona quasi non pervenuto. Ma è qui che l’asso si sveglia. C’è il derby col Brasile, si gioca a Torino un ottavo di finale brutto. Caldo afoso. Gioco latitante.

Poi la magia: il numero 10 dribbla uno, due, tre giocatori verdeoro e riesce circondato dalla difesa brasiliana a servire Caniggia che eluderà il portiere ed appoggerà in rete. Probabilmente il più gell’assist nella storia della rassegna iridata. Ai quarti c’è la forte Jugoslavia – i brasiliani d’Europa – una squadra che se in giornata è in grado di perdere soltanto contro il padreterno.

Al Franchi di Firenze è 0-0 per 120 minuti. Si va ai rigori. Maradona è infallibile dagli 11 metri. Praticamente. Ma quel pomeriggio no. Si fa ipnotizzare da Tomislav Ivkovic che non abbocca alle movenze dal dischetto e neutralizza il tiro del campione del mondo intuendone la traiettoria e bloccando il tiro. Ma se Savicevic segna gli altri suoi compagni non sono freddi e ci pensa Sergio Goygochea (ricordatelo) a salvare capra, cavoli, Argentina e Maradona parando gli ultimi due penalty.

La semifinale è con l’Italia super favorita di Schillaci e company. Gli azzurri sono padroni di casa e nelle cinque partite precedenti, tutte giocate a Roma, hanno sempre dominato (pur con qualche lieve passaggio a vuoto, leggasi Usa ed Eire) ma non hanno subito neppure un gol. Il match, però, si disputa a Napoli. Maradona prova la furbata e la butta sul campanilismo atavico tra nord e sud sperando che la sua Napoli (di quando gioca col Napoli) tifi per lui. Sperava in un San Paolo biancoceleste anziché azzurro. Non fu così.

Schillaci segna in apertura di rapina. Come suo stile. È un Italia che gioca col cuore ma l’Argentina ci mette muscoli e cattiveria. Poi il gelo, a metà ripresa Zenga sbaglia una uscita, Caniggia lo anticipa di testa e si infrange tutto. Sicurezza, imbattibilità ed anche calore in gradi centigradi. Per un attimo la temperatura scende e si ferma tutto. Anche il gioco. L’Argentina non fa giocare, i supplementari non servono. I rigori sono decisivi. Maradona non fallisce il suo perché uno come lui non sbaglia due volte un fondamentale come quello dei rigori. Goygochea ripete quanto fatto ai quarti di finale e respinge altri due rigori proprio come fece con la Jugoslavia.

L’Italia è fuori, Maradona è in finale, da solo, con una squadra fatta di scarti o quasi del campionato italiano di serie A. La sua grandezza sembra risplendere ma in finale a Roma ci sono i tedeschi che, dopo aver perso le due finali iridate precedenti (Italia in Spagna e, appunto Argentina in Messico), non ne vuole sapere di perdere la terza. È la finale più brutta di sempre. Maradona è stanco, non al meglio della condizione fisica (due partite finite ai supplementari si fanno sentire) e per di più è avvilito da un gesto antisportivo del pubblico italiano: durante l’esecuzione degli inni nazionali prima del match, l’Olimpico fischiò irrispettosamente l’inno argentino. Il labiale di Maradona fu inequivocabile e qui certo non lo ripetiamo ma è passato alla storia ed è l’insulto più comune che si possa rivolgere a chi manca di rispetto.

Non può certo essere questa la giustificazione alla sconfitta della sua Argentina ma la Germania regge e segna su rigore a pochi minuti dalla fine.

È la caduta degli dei. È caduto il re del calcio. Ma è stato (assieme al portiere) colui che ha cantato e portato la croce di un’Argentina che ancora oggi non ci si capacita di come sia arrivata all’epilogo.

La storia ai mondiali di Maradona continua quattro anni dopo ma senza fortuna: dopo un grandissimo gol alla Grecia (4-0 ai malcapitati ellenici) giocherà l’ultima partita con la Nigeria. Poi sarà squalificato per essere risultato positivo ad un controllo antidoping. Fecero il giro del mondo le immagini dell’infermiera che accompagna Maradona per mano fuori dal campo per eseguire l’esame che lo estrometterà dal calcio che conta.

DA ALLENATORE DELL’ARGENTINA

Dopo qualche stagione da allenatore, Maradona accetta la panchina della sua nazionale. Il 28 ottobre 2008 firma con l’AFA, la federcalcio argentina per prendere il posto di Alfio Basile che non aveva convinto nel corso delle qualificazioni ai Mondiali in Sudafrica del 2010. Due amichevoli incoraggianti con Scozia e Francia sono il preludio dell’esordio di Maradona da allenatore nelle qualificazioni ai Mondiali, il famoso mega-girone sudamericano che porta alla rassegna iridata quattro squadre con la quinta agli spareggi.

Buona la prima con il debole Venezuela: 4-0, ma a La Paz in Bolivia c’è un clamoroso 6-1 che fa tremare le vene ai polsi di tutti. D’accordo l’altura, d’accordo tutto, ma 6 reti dalla Bolivia, penultima, fanno riflettere. Il resto del percorso è altalenante ma grazie all’1-0 esterno ai danni dell’Uruguay, l’albiceleste si piazza quarta e vola in Sudafrica.

Il cammino ai mondiali non è malvagio: il girone è dominato con tre successi su Nigeria, Corea del Sud e Grecia. Poi agli ottavi di finale c’è il 3-1 al Messico che spiana la strada all’Argentina. Maradona allenatore porta la sua nazionale tra le prime otto, ma c’è la Germania. Non c’è scampo. I tedeschi vincono 4-0. Addio sogni di gloria, addio tutto. Ma prima di questo c’è un ricordo di Maradona particolare, un quote come si dice in questo periodo, ossia una sua frase dedicata a Javier Pastore, all’epoca fantasista del Palermo in serie A. Il giocatore rosanero fece una bella partita contro la Grecia. Diego Armando Maradona disse “Pastore? È un maleducato del calcio, tocca la palla come se avesse giocato 4-5 mondiali”.

Da allora Pastore ha continuato ad incantare, soprattutto a Parigi sponda PSG.

Il Maradona giocatore ed allenatore è stato questo: tanti alti e bassi, capace di segnare impunemente di mano e di disegnare l’azione più bella (o tra le più belle) che un appassionato di calcio possa ricordare.

Maradona è l’uomo con tanti errori, con un figlio riconosciuto solo dopo 30 anni, Diego Sinagra. Lo stesso che ha incontrato Fidel Castro, Chavez, Maduro e lottato in modo attivo.

Maradona, il re del calcio ma uomo comune con i pregi ed i difetti, vizi e virtù, bianco e nero. Con l’unica certezza: quello che era in grado di fare col pallone lo poteva fare anche con un’arancia, parola di le Roi Platini.

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