“Barrio Cuba”, una testimonianza degli anni Novanta all’Avana

Articolo di Gordiano Lupi

L’Avana è un universo di razze, credenze e speranze. Storie tragiche si mescolano a risa ed euforie. Il dramma della città palpita nel suo oceano di gente diversa, molti di loro venuti da altre regioni del paese, altri in fuga verso l’estero.

La breve sinossi diffusa dal sito istituzionale ICAIC non rende giustizia a quello che possiamo considerare un piccolo capolavoro, il testamento spirituale di Humberto Solás, il Visconti dei tropici.

Il regista utilizza il melodramma per narrare una serie di storie che si svolgono nei quartieri marginali dell’Avana, alcune a lieto fine, altre drammatiche, ma il tono di fondo è sempre nostalgico – malinconico. Solás fa leva sui sentimenti ma non sul sentimentalismo, gira grande cinema e non una telenovela, realizza un prodotto tecnicamente perfetto per cura fotografica, scenografie e montaggio. La dimensione drammatica è familiare, si tratta di racconti intimi, di situazioni personali che si sviluppano nel corso degli anni e che vanno a compimento in un commovente finale. Il tono è simile a Suite Habana (2003) di Fernando Pérez, ma il lavoro di Solás non è un documentario e anche se L’Avana è protagonista quanto i suoi abitanti, sono le storie a farla da padrone. Il Barrio Cuba è il minimo comun denominatore, ma soprattutto il Barrio Avana che il regista indaga con una fotografia stupenda, soffermandosi su Malecón, calle 23, la Catedral e Habana Vieja, el Morro, Prado fino al Capitolio, alla ricerca della connessione genuina e palpitante con la periferia di Regla, Puentes Grandes e Lawton. Molto bella la colonna sonora che accompagna il dramma delle vicende, resa ancor più suggestiva e dolorosa da vecchi boleri e canzoni di Carlos Varela. L’Avana di notte è vissuta a tempo di bolero e filmando immagini evocative: Es un pedazo del alma Si las cosas que uno quiere se pudieran alcanzar… I paesaggi della campagna vengono girati come se si trattasse di un documentario sentimentale ricco di scene di vita, operai al lavoro e ragazzi che giocano a baseball. Il regista utilizza il passaggio di un treno per indicare il tempo che scorre e dare impulso al racconto cittadino che copre circa dieci anni. Le storie narrate sono tutte a carattere drammatico. Storie di amori, disamori, fughe, rimpianti, mancanze, ambientate lungo le strade di un’Avana povera e malandata. Santos rinuncia al figlio dopo la morte della moglie per complicazioni del parto e discende l’interminabile precipizio del degrado morale e materiale. Tornerà a casa dopo molti anni, dopo aver toccato il fondo, grazie a una vecchia santera che lo rimetterà in sesto. Santos incontra anche una vecchia amica che per anni aveva fatto la prostituta e adesso attende solo di morire. Magalis abbandona padre, fratello, paese e un anziano pretendente cubano per un matrimonio d’interesse in Italia. El Chino lascia la moglie, che sembra non poter partorire, per sostenere affettivamente il padre e la madre, in crisi per l’emigrazione verso gli Stati Uniti del figlio più giovane e dei nipoti. In ogni caso El Chino torna dalla moglie, spinto dalla famiglia, e la donna partorisce un inaspettato figlio che viene consacrato alla Vergine del Cobre. Nacio ama Magalis ma non è corrisposto, perché troppo vecchio, si getta nell’alcol, distrugge la chitarra con la quale suonava romantiche serenate e continua ad attenderla anche quando lei parte per l’Italia. Humberto Solás stigmatizza la figura del maschio cubano in aperta polemica con il machismo dominante, inserendo molte figure maschili negative. Si pensi all’amante di Magalis che fa il jinetero e vorrebbe inserire nel suo sporco gioco anche la donna, ma pure a Santos che non ce la fa a recitare il ruolo di padre e per anni vive lontano dal figlio. Il padre di Magalis è indolente e maschilista, da solo non è capace di fare niente, ma caccia di casa il figlio quando scopre che è omosessuale. Il tema degli abbandoni del paese è affrontato con crudo realismo, si mostra la crisi del maschio cubano ormai incapace di affrontare le difficoltà. La donna  scappa per contrarre matrimoni d’interesse ma pensa alla famiglia cubana e vuole aiutarla da lontano. Le partenze di chi abbandona il paese tra lacrime e abbracci sono un altro punto drammatico forte perché il regista sottolinea la solitudine e la tristezza della famiglia che resta in patria.

Le storie non si intrecciano mai, ma vivono all’interno dei loro quartieri con grande realismo, perfetta descrizione di caratteri e sentimenti. Sono storie di famiglie mantenute da parenti in fuga e momenti di vita marginale vissuti intensamente. Solás si distingue ancora una volta come il cantore dell’animo femminile e come un autore melodrammatico che gira pellicole a tempo di bolero. Ricordiamo diversi momenti forti capaci di strappare le lacrime anche a uno spettatore consumato. Citiamo la morte della moglie di Santos in ospedale, ma anche l’incontro padre – figlio dopo anni di lontananza e un bambino cresciuto dalla zia del padre tra troppe menzogne. Un altro momento drammatico è la scoperta dell’abbandono da parte del figlio e delle finte lettere che la zia inviava per far credere al bambino che il padre fosse in missione per conto del governo. Il difetto della pellicola è anche il suo maggior pregio, perché Solás mette molta carne al fuoco, le storie sono tante e diverse tra loro, al punto che ci sarebbe stato materiale per girare più di un film, sviscerando meglio vicende e caratteri. Forse il regista sentiva vicina la morte e ha voluto lasciare un testamento completo fatto di storie prelevate dalla vita quotidiana che racchiudesse il suo pensiero sulla Cuba contemporanea. Un vero peccato che non esista versione italiana.

Humberto Solás ha detto: “Barrio Cuba è una testimonianza di un’epoca difficile della nostra storia, gli anni Novanta. Tratta sulla ricerca della felicità in circostanze sociali sfavorevoli. È una pellicola che dovevo girare come documento effettivo della realtà cubana e si inserisce nella Trilogia del Popolo, che a sua volta tratta  della riconciliazione pacifica tra cubani. È uno sguardo al mondo urbano che cerca di sfuggire agli stereotipi come quelli realizzati da Wim Wenders con il suo film Buena Vista Social Club. A me non interessa L’Avana formato cartolina, ma voglio riprendere la realtà di degradazione, povertà, corruzione e il trionfo dell’immaginazione popolare”.

Regia: Humberto Solás. Durata: 105’. Produzione: ICAIC (Cuba) e FINE Producciones (Spagna). Distribuzione: Distribuidora Internacional de Películas ICAIC. Produzione: Aldo Benvenuto. Soggetto e Sceneggiatura: Humberto Solás, con la collaborazione di Elia Solás y Sergio Benvenuto. Fotografia: Carlos Rafael Solís. Montaggio: Nino Martínez Sosa. Musica: Esteban Pueblas. Suono: Raúl Amargot. Interpreti: Jorge Perugorría, Isabel Santos, Adela Legrá, Mario Limonta, Rafael Lahera, Luisa María Jiménez. Alcuni Premi: Miglior lungometraggio al Festival de Cine Iberoamericano de Huelva (2005); Premio Speciale della Giuria e Miglior Interpretazione Femminile al Festival Internacional del Nuevo Cine Latinoamericano (2005); Miglior Attrice al Festival Ibero-Americano de Cinema (2006); Miglior Pellicola, Miglior Attore e Premio del Pubblico al Festival Internacional de Santo Domingo (2006). Miglio Attore, Miglior Attrice e Premio Speciale al Festival Internacional de Cine de Cartagena de Indias (2006).

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