“Alien degli abissi”, l’ultimo film di Margheriti riconducibile ad atmosfere horror

Articolo di Gordiano Lupi

Alien degli abissi (1989) è l’ultimo film di Margheriti riconducibile ad atmosfere horror, ma la contaminazione dei generi è ben presente in questo lavoro che è un ibrido di avventura e fantastico. La giornalista Julia Mackay indaga sui danni ambientali in un’isola caraibica, scopre un laboratorio che inquina e sta distruggendo un vulcano con le scorie radioattive. La giornalista viene inseguita dalla polizia locale e incontra sulla sua strada un mostro alieno. Lo strano essere emerge da un lago e diffonde un virus che disintegra menti e corpi degli esseri umani. Un incendio distruggerà il mostro alieno e il laboratorio inquinante. Margheriti realizza un film che nel titolo allude ad Alien (1979), pellicola di successo di Ridley Scott, cita Abyss (1987) di James Cameron e molti classici del genere. Il regista può contare su un budget risicato e opta per una serie di effetti speciali realizzati in economia, soprattutto per l’animazione del mostro. Un effetto speciale da ricordare è la trasformazione in gelatina di un braccio umano dopo la contaminazione da parte del mostro. Il film presenta un lato impegnato con la denuncia ecologista, che viene inserita in una storia prettamente fantastica.

Concludiamo con un ricordo di Ernesto Gastaldi che lavora molto con Antonio Margheriti.

“Ho un bel ricordo di Antonio Margheriti: un artigiano formidabile che riusciva a creare paesaggi fantascientifici con un po’ di colla di pesce, pesce, due scatole di fiammiferi e mezza pallina da ping pong! Tecnicamente eccelso, lasciava un po’ a desiderare nella direzione degli attori. Più scenotecnico che scenografo, più fotografo che regista. In ogni modo furono i registi come Antonio (dico Bava, Freda, Sergio Martino ecc.) a dare una spina dorsale a quella che si apprestava a diventare l’industria del cinema italiano con oltre cinquantamila addetti, prima del colpo mortale dato dall’alluvione di film sbattuti sugli schermi TV da Berlusconi. Sempre sottovalutato, Antonio ha diretto una quantità enorme di film, che spesso si è anche prodotto, facendo entrare in Italia miliardi di dollari. Anche a uno degli ultimi Gulliver, raduno dell’intellighenzia cinematografica nostrana, tenuto pochi giorni dopo la sua morte, presieduto dall’ineffabile Maselli, nessuno disse una parola per ricordarlo. Mi dovetti alzare io per dire che era stato Margheriti uno dei pilastri del nostro cinema e non certo gente come Maselli che ha girato mezza dozzina di pellicole, sempre con i soldi dello Stato e a incasso zero. Ci fu un po’ di maretta, ma almeno Antonio era stato ricordato. Margheriti diresse la mia prima sceneggiatura scritta per Luciano Martino che era anche lui al suo primo film come produttore, dico de I Giganti di Roma, una trasposizione in chiave antico romana de I cannoni di Navarone. Il film andò abbastanza bene e permise al produttore di continuare a produrre  e diventare poi uno dei più prolifici produttori d’Italia, ma stava irrompendo il genere western e tutti ci mettemmo lo stetson in testa e le colt sui fianchi”.

Il cinema di Margheriti è intriso di elementi macabri e splatter anche quando il tema è bellico e avventuroso. Ricordiamo lavori come L’ultimo cacciatore (1980), Fuga dall’arcipelago maledetto (1982), Tornando (1983), I cacciatori del cobra d’oro (1982), I sopravvissuti della città morta (1984), Il mondo di Yor (1983), La leggenda del rubino malese (1985), per finire con il televisivo L’isola del tesoro (1987). Persino gli avventurosi Indio 1 (1989) e Indio 2 (1991) presentano momenti di cinema horror e fantastico. Margheriti si ricorda come un geniale artigiano che realizza film con estrema cura formale e con grande attenzione a trucchi ed effetti speciali. Per approfondire consigliamo Danze Macabre- Il cinema di Antonio Margheriti (Profondo Rosso, 2003), prezioso testo di Fabio Giovannini che contiene un lungo ricordo del regista firmato da Luigi Cozzi.

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