Il bacio che l’Italia non doveva vedere

Articolo di Franco Lannino

Questa foto, a guardarla oggi, potrebbe non sembrare granché. Ma dietro questo scatto c’è sangue freddo, un briciolo di follia, tanta preparazione e, soprattutto, tanto mestiere.

È il maggio del 1992. L’Italia è sotto shock per la strage di Capaci. Oscar Luigi Scalfaro è appena stato eletto Presidente della Repubblica: il Parlamento, paralizzato dai veti incrociati, ha trovato l’accordo solo sotto i colpi del tritolo che ha ucciso Giovanni Falcone. Il suo primo atto è volare a Palermo. I funerali si sono celebrati il giorno prima a San Domenico, e il Presidente arriva per visitare i feriti.

Grazie a canali non ufficiali, fiuto la notizia e mi precipito all’Ospedale Civico. Lì è ricoverato Giuseppe Costanza, l’autista giudiziario di Falcone, sopravvissuto per miracolo. Arrivo con ore di anticipo. All’epoca i controlli non erano quelli di oggi; entro in reparto, trovo la stanza e parlo con la moglie. Lei, ancora scossa ma felice che il marito sia vivo, mi permette di scattare qualche foto. Costanza sta male, è assente, non può interagire. Faccio due scatti e mi eclisso: restare lì vorrebbe dire farsi scoprire.

Dopo un’ora, l’aria cambia. Vedo il viavai di auto blu, uomini in giacca e cravatta con l’auricolare. La “bonifica” è in corso. Il pezzo grosso sta arrivando.

È il momento di rischiare.

Rientro in reparto, vedo un camice bianco da infermiere appeso dietro una porta e lo indosso. Entro nella stanza di Costanza, nascondo la macchina fotografica sotto il letto e aspetto.

Scalfaro entra. La scorta rimane fuori dalla porta. Sono solo con loro. Il Presidente saluta la moglie, si avvicina a Costanza e gli sussurra qualche parola. In quel momento mi abbasso, afferro la macchina

e, mentre Scalfaro si china per baciare la mano a quel servitore dello Stato ferito, scatto.

Sento gli occhi della scorta fulminarmi dal corridoio, ma ho la prontezza di sparire in silenzio, senza voltarmi. Il momento è così drammatico che nessuno osa fiatare o fermarmi. Esco,mi libero del camice, salto sulla mia Vespa e corro in agenzia a sviluppare.

Capisco subito di avere uno scoop. Chiamo “Panorama”, volo a Milano, mi riceve il Direttore in persona. Dopo due ore di attesa, il verdetto: “Compriamo il servizio a un buon prezzo, ma non lo pubblicheremo”.

Non chiesi il perché, presi i soldi e andai via.

Ma col senno di poi, il motivo era chiaro: un Presidente della Repubblica appena eletto che bacia la mano a un semplice autista non era il segnale di forza che le istituzioni volevano dare in quel momento di caos e terrore. Quella foto doveva restare nel cassetto.

Ma la storia, quella no. Quella meritava di essere raccontata.

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