Itaca ebbra si configura come un’opera che non sollecita una fruizione lirica disimpegnata, ma chiama il lettore a un attraversamento etico e simbolico. Non perché la poesia assuma toni programmatici, bensì perché si propone come dispositivo culturale capace di far emergere ciò che, nei rapporti affettivi e di genere, viene spesso normalizzato o rimosso
Itaca ebbra si configura, fin dall’impianto, come un’opera che non sollecita una fruizione lirica disimpegnata, ma chiama il lettore a un attraversamento etico e simbolico. Non perché la poesia assuma toni programmatici, bensì perché si propone come dispositivo culturale capace di far emergere ciò che, nei rapporti affettivi e di genere, viene spesso normalizzato o rimosso.
Questa nota di lettura intende interrogare il testo come luogo di produzione di senso e di verità situata, nel solco di una riflessione sociologica che guarda ai processi culturali e comunicativi. La verità che attraversa i versi di Cusumano non è universale né pacificata: è incarnata, segnata dal corpo e dall’esperienza, e nasce dalla necessità di dire ciò che, altrimenti, resterebbe impronunciabile. In questa chiave interpretativa, Itaca ebbra si colloca su una soglia feconda tra vissuto individuale e strutture simboliche, tra trauma personale e ordine sociale.
La prefazione di Anna Segre individua con precisione uno dei nuclei dell’opera: la scrittura come tentativo di risarcimento, impossibile ma imprescindibile, come gesto di sopravvivenza. Nei versi: “non sai che le parole mi hanno salvato dai chiodi nelle viscere” la parola non è veicolo espressivo, ma atto che salva, pratica che consente al soggetto di non soccombere. Dal punto di vista sociologico, la scrittura appare qui come una “tecnologia di soggettivazione”, uno spazio in cui l’io ferito si ricompone senza cancellare la frattura.
La libertà evocata – “tra virgole e punti”, “tra spazi e corsivi” – è una libertà linguistica che diventa libertà esistenziale, sottrazione alla logica del silenzio imposto. Scrivere non significa guarire, ma abitare consapevolmente la ferita, sottraendola alla violenza dell’altro e alla retorica dominante che chiede alle donne di trasformare il dolore in tacita sopportazione.
Uno dei tratti più rilevanti dell’opera è l’elaborazione di un lessico della verità, in cui le parole non consolano, ma separano, incidono, obbligano a scegliere. Quando l’autrice afferma che le parole sono “sigilli e spade”, dichiara apertamente il loro statuto ambivalente: strumenti di protezione e, insieme, di taglio.

Il passaggio in cui si legge “Ho dovuto scegliere” è centrale. Quel dovere non ha nulla di moraleggiante: è la presa d’atto che l’amore non è un territorio innocente, ma un campo attraversato da rapporti di forza. L’amore può essere pienezza, ma anche “ingorgo”, “veleno”, distorsione che agisce sulla mente prima ancora che sul cuore.
Itaca ebbra si configura come una contro-narrazione rispetto all’immaginario romantico tradizionale, che continua a legittimare la rinuncia di sé, la resistenza al dolore, la permanenza anche quando questa implica annientamento. Cusumano ribalta questa grammatica affettiva: appartenere non coincide con il subire, e restare non è mai sinonimo di amare se comporta la distruzione dell’altro.
La violenza che attraversa Itaca ebbra non è mai ridotta all’evento estremo. È una violenza diffusa, simbolica, relazionale, che si manifesta nelle assenze, nei gesti mancati, negli oggetti che diventano presenze ostili. La sequenza: “Il tuo pettine. La tua tazza. il tuo pigiama di cotone…” trasforma la quotidianità domestica in uno spazio di aggressione silenziosa. La casa, luogo tradizionalmente associato alla protezione, diventa teatro di una guerra minuta e persistente, in cui il corpo femminile è continuamente esposto.
Questa rappresentazione intercetta pienamente le analisi sociologiche sulla violenza di genere come processo strutturale, che non si esaurisce nel gesto fisico ma si radica nelle micro-pratiche della relazione. In tale prospettiva, il testo dialoga anche con le forme contemporanee di violenza online: l’omissione, la cancellazione, il silenzio punitivo, il controllo esercitato attraverso l’assenza di risposta o la riscrittura unilaterale della storia comune.
La violenza, qui, non è solo ciò che colpisce, ma ciò che nega la parola e il riconoscimento.
La sezione intitolata Itaca ebbra opera una riscrittura radicale del mito classico. Ulisse perde la sua aura eroica e appare come figura dell’irresponsabilità affettiva, mentre Penelope si sottrae definitivamente al ruolo dell’attesa silenziosa. Questa rielaborazione non è soltanto letteraria, ma profondamente culturale: mette in crisi un immaginario che ha storicamente giustificato la libertà maschile e la fedeltà femminile come destini naturali.
Con le parole dell’autrice, “Itaca fu e resta solo mia”, si rivela una sovranità narrativa: l’appartenenza non dipende più da chi parte, ma da chi nomina, ricorda e decide. È un gesto di riappropriazione del significato che parla con intensità alle soggettività femminili contemporanee, spesso chiamate a giustificare la propria scelta di non restare in relazioni che feriscono.
Itaca ebbra non chiede di essere letta come confessione individuale, ma come pratica sociale e culturale. I versi costruiscono uno spazio in cui il dolore non viene privatizzato, ma reso condivisibile; in cui l’amore non è idealizzato, ma sottoposto a interrogazione critica; in cui la parola diventa strumento di resistenza alle molte forme della violenza, anche a quelle più invisibili e normalizzate.
Considero questo libro un testo significativo perché mostra come la poesia possa ancora funzionare come luogo di elaborazione riflessiva degli immaginari affettivi, incidendo sulle rappresentazioni dell’amore, dell’appartenenza e della libertà. Itaca ebbra ci ricorda che non esiste legame autentico senza verità, e che la verità, quando passa attraverso il corpo e il linguaggio, è sempre un atto di coraggio.
