Il sociologo professor Francesco Pira: “Il giornalismo resta un presidio di verità, coscienza critica e responsabilità”

Articolo di Merelinda Staita

Ci sono momenti in cui un riconoscimento non illumina soltanto un percorso personale, ma richiama con forza il valore pubblico di una presenza culturale. È quanto accade con la nomina del professor Francesco Pira a Socio Onorario del Circolo della Stampa della Locride, titolo che gli è stato conferito a Roccella Jonica, domenica 23 agosto 2026 nel segno di un cammino che, negli anni, ha unito ricerca, insegnamento, giornalismo, impegno civile e attività divulgativa. È stato il Presidente del Circolo della Stampa, Francesco Sorgiovanni, a consegnare il titolo nel corso di un evento brillantemente coordinato dal professore, architetto e giornalista, Rocco Romeo, presso l’Ex Convento dei Minimi. Molto bella e incisiva la motivazione: “Per l’autorevole attività accademica e scientifica e per il costante impegno nello studio dei fenomeni sociali e comunicativi, interpretando la comunicazione come strumento di conoscenza, responsabilità e crescita civile, con particolare attenzione ai giovani e alle trasformazioni della società contemporanea”.

Professore Associato di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università degli Studi di Messina, ha conseguito l’Abilitazione Scientifica Nazionale di Professore Ordinario (prima fascia), Francesco Pira insegna Teorie e tecniche del giornalismo digitale, Social media e comunicazione d’impresa, Giornalismo sportivo nel corso di laurea triennale e Giornalismo digitale nel corso di laurea magistrale presso il Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne, dove il Direttore professor Giuseppe Ucciardello lo ha nominato Delegato alla Comunicazione dello stesso Dipartimento. Insegna inoltre Tecniche comunicative in sanità pubblica nel corso di laurea in Tecniche della Riabilitazione Psichiatrica presso il Dipartimento BIOMORF dello stesso Ateneo ed è componente del Collegio dei Docenti del Dottorato in Scienze Politiche. Laureato in Sociologia all’Università “Gabriele d’Annunzio” di Chieti, ha conseguito cum laude il dottorato di ricerca in comunicazione all’Università Pontificia Salesiana. Affianca all’impegno universitario una intensa attività di studio, scrittura e formazione.

Saggista e giornalista, autore di oltre ottanta pubblicazioni tra monografie, saggi, contributi in volume e articoli scientifici in italiano, inglese e spagnolo, è condirettore della rivista Addiction & Social Media Communication. Il suo itinerario scientifico ha assunto negli anni un respiro internazionale: è visiting professor presso l’Università Rey Juan Carlos di Madrid, docente Erasmus presso l’Università Marie Curie di Lublino, membro del Comitato Accademico del Observatorio Euromediterráneo de Democracia y Espacio Público e ha preso parte a rilevanti esperienze di ricerca e cooperazione accademica europea, tra cui il progetto OIR – Open Innovative Resources, dedicato alla didattica inclusiva e sostenuto dall’Unione Europea.Visiting Marie Curie Staff Member presso il Center for Social Science, Tiblisi (Georgia), nell’ambito del Progetto SHADOW (MSCA-RISE call H2020-MSCA-RISE-2017). Docente alla International Summer School di Timișoara, chair di un panel al Congresso della Federazione Spagnola di Sociologia a Bilbao. Tra i più recenti incarichi figura la nomina a membro dello Steering Committee della 12ª Conferenza Mondiale sui Media e la Comunicazione di Massa – MEDCOM 2027, in programma a Bangkok il 5 e 6 aprile 2027.

Nel 2025 è stato nominato componente del Comitato Scientifico dell’Intergruppo Parlamentare sul Digitale ed è entrato in un gruppo di ricerca del Centro de Investigación Social Aplicada dell’Università di Malaga sulla famiglia digitale in Europa e nel Mediterraneo.

Al tempo stesso, il suo nome è legato a un lavoro costante sui temi della media education, delle fake news e della responsabilità comunicativa. È consigliere nazionale dell’UCSI – l’Unione Cattolica Stampa Italiana – e il quotidiano Avvenire lo ha indicato come uno dei maggiori analisti italiani del fenomeno delle notizie false. Le sue analisi sono apprezzate anche dagli spettatori televisivi di canali nazionali e regionali e, da oltre un anno, è ospite fisso della trasmissione nazionale Fatti di Nera, in onda sul canale 122 del digitale terrestre. Nel 2008, per la sua attività di ricerca e saggistica, è stato insignito dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano dell’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.

A partire da questa recente nomina onoraria, gli ho rivolto alcune domande per comprendere che cosa rappresenti un simile riconoscimento dentro il suo percorso umano e professionale. La conversazione si è poi allargata a questioni centrali del nostro presente: il ruolo del giornalismo, la qualità della comunicazione pubblica, l’impatto dell’intelligenza artificiale, la necessità di educare a un uso più responsabile delle parole e dei media. Ne è nato un dialogo ricco di spunti, capace di tenere insieme lettura del presente e responsabilità verso il futuro.

D: Professore, il titolo di Socio Onorario del Circolo della Stampa della Locride riconosce il suo profilo di studioso, docente e giornalista. Che significato assume per lei questo conferimento, sul piano umano e su quello professionale?

R: «Accolgo questo conferimento con riconoscenza sincera e con un sentimento di profonda gratitudine. Ogni attestazione di stima ha un suo valore, ma quando arriva da un luogo simbolico legato al giornalismo, alla cultura e al rapporto con un territorio, il significato diventa ancora più intenso. In questo caso sento che non si tratta soltanto di una nomina, ma di un gesto che richiama un’idea precisa di responsabilità pubblica e di appartenenza a una comunità di valori. Per me questo riconoscimento tocca due dimensioni. La prima è personale: riguarda il cammino compiuto, gli incontri, gli insegnamenti ricevuti, le esperienze maturate in tanti anni tra università, scrittura, ricerca, formazione e presenza nel dibattito pubblico. La seconda è professionale e riguarda il senso del lavoro intellettuale quando non si esaurisce nella trasmissione dei saperi, ma cerca di entrare in rapporto con la vita delle persone, con le trasformazioni sociali, con le domande che attraversano il nostro tempo. Penso a Pierre Bourdieu, il grande sociologo francese che ha studiato i meccanismi del riconoscimento simbolico e il modo in cui il prestigio si costruisce dentro relazioni sociali, istituzioni, campi culturali. Un’onorificenza come questa, letta in tale chiave, non riguarda mai soltanto la persona che la riceve: racconta anche il valore attribuito a un certo modo di fare cultura, di abitare l’informazione, di esercitare la parola pubblica. Per questo la considero con rispetto e anche con umiltà. La vivo come un incoraggiamento a continuare su una strada di serietà, di ascolto, di dedizione, senza mai dimenticare che chi opera nella comunicazione e nel giornalismo ha un compito delicato: non solo informare, ma contribuire a rendere più leggibile la realtà».

D: In una fase storica segnata da toni esasperati, narrazioni divisive e da un’informazione che spesso rincorre la reazione immediata, quale dovrebbe essere, secondo lei, il compito più alto del giornalismo?

R: «Credo che il compito più alto del giornalismo sia restituire senso ai fatti. Non basta riferire ciò che accade: occorre verificarlo, collocarlo dentro un contesto, distinguerne le implicazioni, renderlo comprensibile ai cittadini. L’informazione perde forza quando si limita a inseguire l’urgenza o a moltiplicare il rumore. Diventa invece essenziale quando aiuta una comunità a orientarsi, a capire, a esercitare giudizio. In questa direzione trovo ancora decisiva la lezione di Jürgen Habermas, uno dei maggiori filosofi e sociologi contemporanei, che ha riflettuto a lungo sulla sfera pubblica come spazio nel quale l’opinione collettiva si forma attraverso confronto, argomentazione e accesso a informazioni attendibili. Se quello spazio si deteriora, se viene occupato da semplificazioni, ostilità permanenti o rappresentazioni deformate della realtà, a indebolirsi non è soltanto il giornalismo: è la qualità stessa della vita democratica. Per questo considero molto significativa anche la posizione di Papa Leone XIV, che ha richiamato il bisogno di una comunicazione capace di ascolto, vicina alla voce di chi non ha voce, libera dalla tentazione dell’aggressività e dell’esibizione. L’idea di una comunicazione “disarmata e disarmante” mi sembra di straordinaria attualità. Non indica una parola debole, ma una parola giusta; non una comunicazione remissiva, ma una comunicazione che rinuncia alla sopraffazione e sceglie la responsabilità. In una società nella quale la parola pubblica è spesso sequestrata dalla contrapposizione permanente, questo richiamo ha un valore profondo. Il giornalismo, allora, dovrebbe custodire proprio questo: la dignità del linguaggio, la pazienza della verifica, la tutela delle persone, la fedeltà alla verità dei fatti. Dovrebbe difendere la propria vocazione di servizio civile, senza lasciarsi assorbire dalle logiche della spettacolarizzazione. Quando ci riesce, il giornalismo non si limita a raccontare il mondo, ma aiuta anche a comprenderlo meglio e, in questo modo, a renderlo più abitabile».

D: L’intelligenza artificiale sta modificando profondamente l’ecosistema dell’informazione. In questo scenario, quanto la preoccupano fenomeni come deepfake, manipolazione e perdita di fiducia? E quale atteggiamento ritiene più corretto di fronte a questi cambiamenti?

R: «L’intelligenza artificiale è una realtà con cui dobbiamo confrontarci con grande serietà. Non ha senso né celebrarla in modo ingenuo né demonizzarla in maniera istintiva. Bisogna, piuttosto, comprenderne la portata, le possibilità, i rischi e gli effetti culturali. Non stiamo parlando solo di strumenti nuovi, ma di una trasformazione che riguarda i processi cognitivi, la produzione dei contenuti, la circolazione delle immagini, il rapporto stesso tra vero, verosimile e credibile. In questo passaggio è molto utile il pensiero di Luciano Floridi, filosofo dell’informazione, che da anni ci spiega come viviamo dentro una condizione onlife, nella quale esperienza digitale e vita quotidiana non sono più separabili. Se questo è vero, allora anche l’intelligenza artificiale non agisce in una zona periferica dell’esistenza, ma dentro il cuore dei processi comunicativi, educativi, sociali e politici. Ecco perché il problema non è soltanto tecnico: è culturale, etico e democratico. I deepfake, per esempio, rappresentano una delle forme più insidiose di questa trasformazione. Quando diventa possibile costruire video, audio o immagini capaci di imitare perfettamente la realtà, il rischio non è soltanto quello della falsificazione in sé, ma della corrosione della fiducia collettiva. Se tutto può sembrare vero, anche ciò che non lo è, il cittadino si trova esposto a una incertezza continua. E quando la fiducia si incrina, si indeboliscono anche il confronto pubblico, la credibilità delle fonti e la possibilità stessa di orientarsi. Per questo occorre investire molto nell’educazione critica e nella formazione. Servono professionisti capaci di verificare, riconoscere, contestualizzare, ma servono anche cittadini più consapevoli. La tecnologia non può essere lasciata sola con se stessa. Ha bisogno di criteri, di responsabilità, di regole, di coscienza delle conseguenze. Più aumentano la velocità e la potenza degli strumenti, più diventa decisiva la qualità dello sguardo umano che li utilizza».

D: Da anni lei lavora sui temi delle fake news, dell’educazione ai media e delle trasformazioni del legame sociale. Quale ritiene sia l’aspetto più delicato nella formazione delle nuove generazioni e quale messaggio si sente di rivolgere ai giovani, in particolare a quelli che desiderano intraprendere la strada del giornalismo?

R: «Uno degli aspetti più delicati riguarda la capacità di distinguere, selezionare e valutare ciò che si incontra ogni giorno nel flusso comunicativo. I più giovani crescono dentro ambienti mediali nei quali notizie, opinioni, immagini, emozioni, propaganda e intrattenimento convivono senza confini netti. In uno scenario simile, la questione non è soltanto avere accesso alle informazioni, ma possedere strumenti interiori e culturali per interpretarle. Qui entra in gioco anche la distinzione tra fake news, disinformazione e misinformazione, che spesso vengono confuse. Le fake news sono contenuti falsi costruiti per apparire credibili. La disinformazione è la diffusione intenzionale di contenuti ingannevoli o manipolati con lo scopo di orientare, colpire o alterare la percezione della realtà. La misinformazione, invece, riguarda la condivisione di informazioni errate senza volontà deliberata di nuocere: chi diffonde quel contenuto, spesso, crede che sia vero. Comprendere queste differenze è fondamentale, perché ci aiuta a leggere meglio i comportamenti comunicativi e a elaborare risposte più efficaci. Su questo piano resta molto attuale la riflessione di Zygmunt Bauman, sociologo polacco noto per il concetto di modernità liquida. Bauman ha mostrato come nella società contemporanea i legami diventino più fragili, i riferimenti meno stabili, le appartenenze più esposte alla precarietà. Anche il rapporto con la verità, in un certo senso, risente di questa condizione: tutto scorre rapidamente, tutto sembra sostituibile, tutto viene consumato con estrema velocità. In un clima del genere, il rischio è che anche il giudizio si faccia più frettoloso e più vulnerabile. Ecco perché educare ai media non si riduce al solo insegnamento dell’uso di piattaforme o applicazioni. Vuol dire formare al dubbio, alla verifica, alla lentezza del comprendere, al rispetto delle fonti, alla responsabilità della condivisione. Significa accompagnare ragazze e ragazzi a capire che ogni clic, ogni commento, ogni rilancio di contenuti può avere effetti concreti sulla vita degli altri. La formazione, in questo senso, non riguarda solo competenze operative: riguarda la costruzione di cittadini più coscienti, più attenti e più liberi. Ai giovani, e in particolare a quelli che desiderano intraprendere la strada del giornalismo, direi di avere rispetto per le parole, per i fatti e per le persone. Fare giornalismo implica assumersi una responsabilità verso la verità e verso la comunità. Richiede studio, verifica, ascolto, capacità di porsi domande e saldo senso etico. In un tempo in cui tutto tende a consumarsi in fretta, il vero valore resta la credibilità, che si costruisce con rigore, coerenza e onestà intellettuale».

Da questa conversazione emerge con chiarezza un’idea alta della comunicazione e del giornalismo: non una pratica affidata all’esibizione o al consumo rapido del presente, ma un esercizio di responsabilità, di cura del linguaggio, di fedeltà ai fatti e di attenzione alle persone. Il conferimento del titolo di Socio Onorario del Circolo della Stampa della Locride a Francesco Pira si colloca pienamente dentro questo orizzonte e riconosce una presenza culturale che, negli anni, ha saputo coniugare studio, insegnamento, intervento pubblico e impegno educativo.

Le sue parole richiamano un punto essenziale: in una società attraversata da eccesso informativo, manipolazioni e velocità, resta decisivo il compito di custodire discernimento, misura e coscienza critica. È qui che il giornalismo può ancora mostrare la sua funzione più preziosa: aiutare a capire, non semplicemente a reagire.

Leonardo Sciascia, nel romanzo Il giorno della civetta, scrive: “La verità è nel fondo di un pozzo: lei guarda in un pozzo e vede il sole o la luna; ma se si butta giù non c’è più né sole né luna, c’è la verità”. È una frase che conserva una forza straordinaria. Ricorda che la verità non coincide con il primo riflesso, non si ferma all’apparenza, non premia lo sguardo sbrigativo. Esige ricerca, profondità, coraggio intellettuale. Ed è forse proprio in questa direzione che il percorso di Francesco Pira continua a offrire il suo contributo più prezioso: richiamarci, con fermezza e misura, alla responsabilità di capire il mondo prima ancora di commentarlo.

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