Le sole gambe per cavalcatura,
sola ricchezza l’oro degli sguardi,
lungo il sentiero delle avventure
vanno cenciosi e tetri.
(Paul Verlaine).
Chi è Oscar De Rosa, l’autore del romanzo “IL RAGAZZO CON LA PIPA DI METALLO”? Non lo sappiamo, qualcuno lo ha pur pubblicato senza lasciare traccia della sua biografia, neanche un accenno! Forse è uno dei protagonisti, forse è un gruppo di autori che hanno avuto la brillante idea di raccogliere le proprie esperienze spiacevoli tale da crearne un libro?
Cerco di capire chi sia andando alla ricerca di quella mano che ha portato il volume di cento pagine a stampare, ma, con sommo piacere denoto che la privacy è molto garantita. Mi piacerebbe se la mia ipotesi, cioè quella del gruppo di autori, tipo Cavalcanti, Dante, che furono iniziati ai “Fedeli d’ Amore, Weltanschauung dell’amore che si rintraccerà nella poesia esoterica romantica. Ma adesso, ipotesi a parte, chiudiamo una parentesi tonda, senza stare a ragionare troppo sugli autori o sull’autore e vediamo non cosa è, ma chi è questo libro.
In una casa dove il silenzio e le grida avevano il sapore del pericolo c’era un bambino già grande, circondato da un padre assente, una madre che cercava di accontentare sé stessa ed il marito nelle cime fumose che danno “sballo”…— fame, freddo, silenzio e litigi erano lo scenario quotidiano di questa anima che sicuramente cercava il calore che cerchiamo tutti quando siamo ancora spiriti teneri e innocenti, non ancora consumanti dai traumi che cercano scappatoie illusorie. Un castigo che si è perpetuato nel “delitto di essere” genitori scellerati. considerava uno che aveva trovato il modo più rapido per rendere le ore sopportabili.
Questo bimbo che non aveva mai giocato, il fagotto ramingo da un parente all’altro, divenne maggiorenne, e dentro di sé i traumi già avevano creato sodalizio con la sete di “vendetta” verso la vita che era stata molto indifferente.

Il ragazzo scoprì un mondo che gli altri gli descrivevano ma che non aveva mai toccato. Scoprì che qualcuno poteva ascoltarlo parlare per ore — della famiglia, dei fratelli, non gli importava più nulla,
Spuntò qualcuno che poteva amarlo come nessuno aveva mai fatto, forse anche lui? Ma in in modo scomposto, imperfetto, a volte violento nella sua intensità. Ma la passione per gli stupefacenti era sempre lì. Terzo incomodo, presenza silenziosa che non riusciva a mettere alla porta. Quell’ cercò di aiutarlo. Prima con delicatezza, poi con urgenza, poi con quella disperazione muta che consuma chi ama qualcuno che si sta perdendo. — Non puoi salvarmi, — gli diceva, doveva stare solamente ad accontentare le sue richieste. La rottura non fu drammatica. Non ci fu una scena, non ci furono urla. E quell’uomo era troppo stanco per diventare migliore. A volte le storie d’amore più vere finiscono così: non con un addio, ma con uno sguardo attraverso una strada, e la consapevolezza silenziosa che chi se ne va, ha voluto bene. Sicuramente nel modo goffo, insufficiente, e necessario in cui gli esseri umani sanno farlo.
Dalla prefazione di Silvia Denti emerge che il libro racconta una storia dura, costellata di ostacoli, ma con un protagonista che non si arrende — “non cammina, lui vola” è una chiusura bella ed efficace. Il brano del testo è stilisticamente più ambizioso. La scrittura è riflessiva, quasi filosofica, e lavora per associazioni mentali: dalla polvere alle imprese di pulizia, alle comunità di recupero, fino alla solitudine cosmica. È uno stile introspettivo, con una certa densità di pensiero. Quello che colpisce è l’immagine conclusiva — l’idea che siamo tutti “polvere cosmica” e fondamentalmente soli — che dà al libro un respiro esistenziale oltre la storia personale del protagonista. In queste pagine non c’è critica alle istituzioni né a movimenti a difesa della identità di genere, si descrive quel mondo che si è toccato con mano e occhio come se fosse lente di ingrandimento. È proprio nei minimi particolari che si rivela l’essenza di qualcosa. Un Padre Nostro è meglio recitarlo a casa, e a difendere i propri diritti c’è la propria lingua, che si esilia da parole sapore di miele ma appiccicaticce come l’insidiosa ironia. L’autore, o gli autori, sono distanti da alcune realtà ma per ragion d’amore se ne sono avvicinati fino a sorridere pirandellianamente! C’è tanto di Pirandello, consiglio pià letture delle stesse righe, fino a sentire il dolore che ha attraversato la mente di chi ha voluto immortalare una storia dove la vittima diventa carnefice (il ragazzo) e a sua volta la vittima del ragazzo diventa carnefice di sé stesso…
La copertina mostra un ragazzo con il cappuccio, seduto, che stringe una pipa di metallo davanti a un muro decorato con fiori — un chiaro omaggio al celebre dipinto di Picasso “Ragazzo con la pipa” del 1905, ma reinterpretato in chiave contemporanea e urbana. Il contrasto tra i fiori delicati sullo sfondo e la figura in felpa da strada crea subito una tensione tra bellezza e disagio.
