“Le voci bianche”, la nuova raccolta poetica di Andrea Gruccia

Articolo di Gordiano Lupi

Andrea Gruccia è un interessante poeta torinese che si dedica a pittura e fotografia, ama parlare per immagini pittoriche molto evocative, pubblica con Marco Saya – uno dei pochi editori seri di poesia – la raccolta Capelvenere (2016) e con Milena Edizioni i romanzi Il tatto delle cose sporche (2016) e La nuda anarchia dell’anima (2019), oltre alla raccolta poetica L’amore a volte esagera (2018). Abbiamo letto con piacere Voci bianche, il suo ultimo lavoro edito da Marco Saya, numero 71 della collana Poesia Oggi, introdotto da una copertina che raffigura un suo acquerello, suddiviso in cinque parti: Voce di un figlio, Voce di natura e cose, Voce di nidi e case, Voce dei colori e Voci di nuvole e corpi. Gruccia è un figlio che ha un rapporto intenso con la madre e con il luogo dove vive, la sua Torino, riconosce di aver perso le ali nell’adolescenza e sa bene che per amare una città devi amare i suoi muri. Nessuno ti dà affetto come i muri caldi e una madre, dice in un verso intenso, come a volte gli capita di rifugiarsi nei fiori del passato più che nelle persone, anche se nel suo cuore crescono girasoli spremuti da tubetti di malinconia e spesso un po’ di odio è un sotterfugio per continuare ad amare. L’amore è il tema portante della raccolta, che sia per una donna come per la madre, passando per la città natale e i gatti, per finire con i colori della pittura. Gruccia compone versi liberi intensi e musicali dedicati a un amore, quartine come Ritorniamo a prendere il sole sul balcone, / la luce sul tuo collo bianco e caldo / che odoravo mentre parlavi di malinconia  / scaldata dal sole, il sole che amavi. Poesia delle piccole cose di gozzaniana memoria, con la sua Torino chiusa in un armadio canforato e gli alberi della solitudine che ti uccidono con gentilezza, i tramonti che sembrano uova strapazzate, le cellule umane simili ai mattoni delle case e gli amori a strascico che intrappolano giorni e compongono poesie negli occhi di una donna. Un poeta da leggere, che vi presento con una mia personale selezione tratta da Voci Bianche (Marco Saya, 2021 – pag. 140 euro 15).

Alberi

Quando sulla tua terra, non si vuole
posare nessun seme,
e fai crescere gli alberi della solitudine,
ti vedranno come un vecchio bosco
e avranno paura,
ti uccideranno con la gentilezza,
e tu risponderai come un bambino
che si è perso.

Icari tra gli acari

In certe mattine l’entusiasmo
è come delfini che corrono il mare nello stomaco,
torna in superficie qualcosa di profondo
ma il profondo delle persone è così relativo.

Ci sono vastità in pochi centimetri di pelle,
in certe mattine non siamo solo organi.
Ci sentiamo per un attimo in linea con il vento,
in un discorso più ampio.

La luce del sole è uguale e i nostri anni passano
come formiche a cui hanno distrutto il nido;
siamo tutti Icari tra gli acari,
abbiamo perduto le ali nell’adolescenza.

Cerchiamo di riaverle nell’amore
sapendo che non esistono ali che ci salveranno.
Cadremo come tutti;
mentre le ragazze scacciano le mosche dai loro aperitivi.

In certe mattine hai una menopausa di pianto.
I tuoi sentimenti sono come rifiuti vivi
da gettare nel contenitore degli assorbenti
come un dolore immenso che non si è mai detto.

Città

Per amare una città devi amare i suoi muri,
le persone sono uguali ovunque.
Un giorno preferiranno il mare o la montagna,
si sposeranno con altri lidi.

Ed io non ho ghiaccioli da offrire,
caffè shakerati o cose del genere,
io amo la città perché è una madre abusata,
la amo perché tutti ritornano, e pochi
sanno restare, senza fare nulla
senza impazzire per poco.

Nessuno ti dà affetto come i muri caldi e una madre,
nessuno ti ripara come un palazzo,
un ospedale. Sono riconoscente a questi mattoni
a questi cornicioni, a mani che
vanno e vengono, ma cerco conforto tra le ombre,
quando rimangono tra gli alberi e le case.

Colori

A volte mi rifugio nei fiori del passato
più che nelle persone.
Ripenso alle bocche di leone,
alle mie mani di ragazzino
capaci di far nascere colori.
Non sono morti quei giorni,
la mia anima non è più legata alle persone,
la luce del sole non impiega solo otto secondi
a toccare la terra, continua a viaggiare,
e accende ancora sguardi e sorrisi
nello specchio dell’infinito;
forse c’è la felicità, forse.

Candele

Un giorno mi hai portato
 al fiume, l’acqua era così fredda
 che faceva male alle mani e ai piedi.
Seduti su una pietra avevamo comprato
dolci di cioccolato.
In quei ritagli di tempo incantato,
perfino una vipera voleva scacciarci via,
e avevi riso per la mia paura.

ritorniamo a prendere il sole sul balcone,
la luce sul tuo collo bianco e caldo
che odoravo mentre parlavi di malinconia
scaldata dal sole, il sole che amavi.

Ritorniamo con la macchina fino al fiume bianco
di montagna, freddo di neve
a stare seduti come candele,
sopra un sasso e sentire
il rumore dell’acqua e il vapore che sale,
la luce pastosa come nei quadri di Morandi,
o come quelle dei cartoni animati giapponesi,
lontani da tutto il chiacchiericcio,
giusto per ricominciare da qualche parte
a riparare l’infinito.

Alberi

Quando sulla tua terra, non si vuole
posare nessun seme,
e fai crescere gli alberi della solitudine,
ti vedranno come un vecchio bosco
e avranno paura,
ti uccideranno con la gentilezza,
e tu risponderai come un bambino
che si è perso.

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