Giorgio Mandalà, ucciso per parentela: la storia di un uomo “a rischio”

Articolo di Franco Lannino

Ci sono storie che pesano sul cuore anche a distanza di trent’anni. Storie fatte di ombre e luci, di miserie e di quella spietata necessità che era il mestiere del fotoreporter nella Sicilia degli anni ’90.

Lui era Giorgio Mandalà, lo vedete sorridere accanto alla sua “Lapa” a tre ruote, tra i cocomeri che vendeva per vivere. Sembra l’immagine della normalità. Ma in quegli anni, la normalità a Palermo era un’illusione. Mandalà era un uomo sospeso, un uomo “a rischio”. Era lo zio di Totuccio Contorno che aveva parlato, aveva squarciato il velo dell’omertà raccontando cose di mafia, e nel codice spietato di Cosa nostra questo significava una condanna a morte già scritta.

Il mio socio Michele Naccari lo sapeva. Con una scusa banale, mossa dal cinismo professionale di chi sa che deve documentare la storia prima che svanisca, andò da lui e gli scattò quel ritratto.

Sapevamo che il tempo scorreva veloce.

Pochi giorni dopo, quel destino tragico si compì: Giorgio Mandalà fu ucciso.

Quando arrivammo sul luogo del delitto, il cuore faceva male, ma l’obiettivo doveva rimanere freddo. È in quel momento che è nata la seconda foto, la mia. Uno scatto geometrico, quasi artistico nella sua drammaticità, il “lapino” dove pochi giorni prima il Mandalà vendeva la sua frutta. E lui per terra come Cristo in croce. Nella foto si vede la fine di tutto: la scientifica, i rilievi, la folla, la vita spezzata.

Era un mestiere duro, a tratti feroce. Eravamo impregnati di un cinismo necessario a sopravvivere all’orrore quotidiano, eppure profondamente umani nel voler registrare ogni frammento di verità.

La Sicilia è anche questo: una terra di contrasti assoluti, capace di generare miserie tremende e, nello stesso tempo, una bellezza struggente e disperata. Guardando queste immagini oggi, non vedo solo la cronaca di un omicidio di mafia. Vedo il prezzo della verità e il peso del nostro sguardo.

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