Quello che sta succedendo a Minneapolis non mi sorprende. L’ho vissuto sulla mia pelle 25 anni fa, durante un reportage negli Stati Uniti assieme al mio collega giornalista Mario Pintagro.
Eravamo a bordo di una Lincoln Continental blu, l’auto dei presidenti, una “belva” seimila di cilindrata da 260 km/h. Stavamo attraversando i rettilinei infiniti che da Kansas passando dall’Iowa e per il Sud Dakota arrivano in Nord Dakota. Eravamo a caccia delle “Palermo d’America” – i cloni della nostra città sparsi negli USA – Circa duemila chilometri di rettilineo percorsi spesso senza incrociare altre auto per “botte” di mezz’ora. Vi assicuro che è stato naturale spingere sul pedale.
All’improvviso, un “Trooper” (i poliziotti motorizzati) incrocia la nostra rotta: inversione a U, sirene spiegate e luci accecanti, manco fosse il carro di Santa Rosalia. Ci fermiamo. Il poliziotto scende e, con estrema naturalezza, mi punta una enorme pistola cromata dritto in faccia. “Andavi a 97 miglia orarie dove il limite è 55” mi urla. “Sei in arresto!” Scendi e sali sulla mia auto, andiamo in galera!” Essendo stato istruito dal collega Pintagro “Franco qualunque cosa succeda non reagire, mantieni un profilo basso e soprattutto non impettare” , a testa bassa ho eseguito alla lettera gli ordini dello sceriffo. Quest’ultimo quando ha capito di non avere davanti due banditi o due sbandati, ma due giornalisti italiani impegnati in un reportage ha abbassato l’arma, ci ha fatto una multa e ci ha lasciato andare.
Quell’esperienza mi ha segnato. Dice tutto sul rapporto che gli americani hanno con le armi e sui loro metodi. Quella del 2000 è stata la mia prima e ultima volta negli States. Pur avendo avuto la possibilità non sono mai più voluto andare, non è un paese sicuro, e i fatti attuali confermano in pieno il mio pensiero.
