«Tranquillo Marcello, adesso ci torniamo a casa»: Il dolore di una madre e la ferocia dei Corleonesi

Articolo di Franco Lannino

Ci sono immagini che catturano in modo plastico e agghiacciante la realtà degli anni in cui i Corleonesi di Totò Riina mettevano a ferro e fuoco la nostra città. Questa è una di quelle, questa è una delle tante. Un corpo a terra sul marciapiede, una vistosa chiazza di sangue e un sacerdote che, quasi per una macabra abitudine di quegli anni di piombo, si trova a passare da quelle parti e si ferma a benedire la salma.

​Ed è la tragica storia di Marcello Grado, detto “Tanino occhi celesti”. Aveva solo 23 anni quando il 2 marzo 1995, alle 9:30 del mattino, è stato giustiziato a colpi di pistola calibro 38 tra la folla del mercatino rionale di via Palmerino, a Palermo. La sua colpa? Essere il figlio di Gaetano Grado, un mafioso perdente e poi pentito, che faceva parte degli “scappati” ricercati dai Corleonesi per essere sterminati. Leoluca a Bagarella si era convinto che Marcello avesse messo in atto, insieme ad altri, il rapimento dei suoi nipoti, i figli maschi di Totò Riina. Suo cognato lo fece uccidere da un commando di suoi uomini.

​In quell’agguato rimase vittima anche un suo amico innocente, Luigi Vullo, 22 anni, che con la mafia non aveva nulla a che fare e che morì successivamente per le gravi ferite riportate

​Ma il vero volto della mafia è anche lo strazio disumano di chi resta. Quel giorno, la madre disperata di Marcello arrivando sul posto si gettò sul lenzuolo insanguinato per abbracciare il corpo del figlio Marcello. In preda a un dolore inimmaginabile, parlandogli come se nulla fosse successo, gli disse per due volte con voce ferma e con lo sguardo perso nel vuoto ​”Tranquillo Marcello, adesso ti alzi e ce ne torniamo a casa”.

Ricordo ancora quelle parole e ogni volte che le risento mi viene un nodo in gola.

Related Articles