Palermo, 13 giugno 2007: l’agguato a Ingarao alla Noce e quella reflex che perse il respiro

Articolo di Franco Lannino

A Palermo, durante gli anni di piombo e di mafia, noi fotoreporter eravamo abituati a correre sul posto quando tutto era già tragicamente compiuto. Arrivavamo e trovavamo i teli bianchi, il morto ammazzato, il sangue di un rosso brillante sull’asfalto, i nastri della polizia. Abbiamo fotografato migliaia di morti ammazzati, sviluppando una corazza necessaria per sopravvivere a quell’orrore quotidiano.

Ma quel giorno, nel quartiere Noce, successe qualcosa di diverso. Qualcosa che spezzò il nostro solito schema mentale. Quando arrivammo per l’agguato a Nicola Ingarao, il 13 giugno del 2007 lui era ancora vivo.

Non stavamo documentando il “dopo”. Eravamo lì, con gli obiettivi puntati, mentre i medici dell’ambulanza tentavano il tutto per tutto. Ricordo il ritmo frenetico dei soccorritori, il massaggio cardiaco con in defribrillatore, l’uso dell’Ambu, i tentativi disperati di strapparlo alla morte.

Alla fine Ingarao non ce la fece. La transizione tra la vita e la morte avvenne davanti ai nostri occhi, in diretta. Era la prima volta che andavamo a fotografare un omicidio con il morto che non era ancora morto…

Fotografare un omicidio quando la persona respira ancora ti toglie il respiro a tua volta, e ti ricorda, anche a distanza di anni, il prezzo altissimo che questa terra ha dovuto pagare.

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