Il 19 luglio non è un giorno come gli altri, da quel pomeriggio del 1992 non è più un giorno come gli altri.
Mi rivolgo a te che trentatreanni fa non eri ancora nato e, dunque, non hai vissuto quello che, come me, in tanti a Palermo abbiamo provato.
La strage di Via D’Amelio, nella quale la mafia uccise il giudice Paolo Borsellino e cinque dei suoi agenti della scorta, non è stata una delle tante efferate azioni criminali della mafia, che hanno scandito i nostri anni giovanili, come racconta PIF nel suo film “la mafia uccide solo d’estate”. È stata qualcosa di più. L’ordigno esploso in quella strada, fino ad allora poco conosciuta ai più, non ha soltanto ucciso Paolo Borsellino e gli agenti della scorta; l’onda d’urto che ha reso quella piccola strada uno scenario di guerra, ha squarciato un velo dentro la città di Palermo.
Per questo mi rivolgo a Te che non c’eri perché non eri ancora nato, e ti scrivo non per raccontarti del boato che si sentì in città e di tutto quello che è accaduto dopo: quella è cronaca di cui hai sentito e sentirai ancora parlare.
Oggi, 19 luglio, ti scrivo per raccontarti i sentimenti che quell’esplosione provocò in noi allora giovani studenti di liceo.
Erano passati appena 57 giorni dalla strage di Capaci, in cui persero la vita Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti di polizia; non avevamo ancora metabolizzato quanto successo, che la mafia tornava a colpire ancora: alla rabbia si univa lo sconforto, sembrava che avessero vinto loro.
Non mi vergogno a raccontarti la mia prima reazione: andavo ogni giorno a vedere quel luogo, transennato e pieno di forze dell’ordine e giornalisti.
Andavo li perché per me quella strada aveva un significato nei miei ricordi di bambino: in quella strada, con mio padre al fianco, ho imparato a pedalare nei caldi pomeriggi d’estate e vedere quel luogo devastato da una bomba, mi faceva male.
Guardavo, osservavo, provavo, a mio modo, a cercare quella verità che ancora non sappiamo ma che intuiamo.
Quella ferita al cuore del 19 luglio forse non si rimarginerà mai, ma un sentimento proprio lì in quel luogo iniziò a maturare: ero lì e non potevo voltarmi da un’altra parte.
Tornai lì ogni giorno, proprio lì, decisi e promisi a me stesso di “esserci” e che da quel momento dovevo “fare qualcosa”.
La decisione iniziò a maturare lentamente dentro di me e decisi che il mio impegno, ovunque la vita mi avesse condotto, sarebbe stato quello di combattere e di non rassegnarmi.
I fatti che seguirono a quel 19 luglio te li avranno raccontati e saprai che non tutto è ancora chiaro: processi, depistaggi, altri processi, l’agenda rossa di Paolo che ancora non si trova, intrighi, sospetti, dubbi.
Al funerale, il popolo di Palermo, arrabbiato e consapevole, urlò: “Fuori la mafia dallo Stato”, quell’urlo mi scosse ed iniziai a capire. Quest’urlo riecheggia tuttora ogni giorno nel mio lavoro quotidiano.
Ed oggi che ti scrivo, cara ragazza e caro ragazzo che non eri ancora nato, ti confido che in quella strada, dove da bambino imparai a muovermi in bici con mio padre accanto, in quella stessa strada quel 19 luglio ho imparato a pedalare da adulto.
Anche a te prima o dopo verrà chiesto di “pedalare da adulto”, e nella vita di ogni giorno incontrerai centinaia di volti e migliaia di maschere, dietro il cui aspetto pulito si nascondono non solo gli autori di quella strage, ma anche quelli che con il loro atteggiamento connivente hanno consentito e consentono che la mafia trovi spazio anche nelle istituzioni.
Le maschere saranno più dei volti, ma non ti sarà difficile riconoscerle: è la materia di cui sono fatte a fartelo capire. Le maschere sono intrise di “voglia di potere”, i volti trasudano “voglia di servizio”, saranno i loro atteggiamenti quotidiani a farti capire chi sono.
Qualche volta ti verrà da piangere e da dire “hanno vinto loro”, non ti preoccupare e non vergognarti: è successo anche a me, e non solo!
Non fuggire, scegli di “esserci”, rimani con “disciplina ed onore”, come ci chiede la nostra Costituzione.
Oggi è il 19 luglio: le maschere prima poi cadono, i volti restano e illuminano i nostri percorsi di vita, come quelli di Paolo Borsellino, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina, sempre impressi nella nostra memoria.
